Study of two girls.....

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Francois Boucher

sabato 14 febbraio 2015

INVICTUS

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  Sometimes ago I pointed out the relationship between cinema and poetry speaking about the movie "Four weddings and a funeral" during which an actor recited the poem by W. H. Auden "Funeral Blues".
Today I will speak about "Invictus" by William Ernest Henley.
The attention of public focused on this poem when it was recited by Morgan Freeman who played the part of Nelson Mandela during his 27 years imprisonment in the movie "Invictus", directed by Clint Eastwood.
This poem was not known and so was his author. Not even I did know something about them!
So I began to look for some information about the author of the poem, William Ernest Henley and I found out that he wrote the poem during his days of hospitalization, maybe in 1875, since he suffered from tuberculosis of the bone that resulted in the amputation of his left leg below the knee in 1868-69. Nevertheless he is described as a great, glowing, massive-shouldered fellow with a big red beard; jovial and with a roaring laugh.

Furthermore, the poem "Invictus" is dedicated to Robert Thomas Hamilton Bruce who was an important businessman and was a partner in a Glasgow firm of flour importers, Bruce and Wilson, as well as the London bakeries firm J§B Battersea.
Love of the arts was his great passion and he organized French and Dutch painting loans for the Edinburgh International Exhibition in 1886.


By 1891 Hamilton Bruce was making plans to retire and he chose Dornoch, because of his great love for golf.
His purpose-built house would display his vast art collection which now included works by Corot, Rousseau, Rodin, Turner and Matthijss Maris.
One of his six children, Catherine Anne, wrote:  ‘It was a large house standing on that wind swept field with a wicket gate leading to the links … inside it was rather like a museum’. ‘My father built another house over the way to prevent villas going up, and he called it Abden. He started to buy land and went to the council and managed to get the burn cleaned up’.
Along the time, Bruce became part of an intimate and influential circle which included author like R.L. Stevenson and J.M. Barrie. His houses, in both Edinburgh and Dornoch, became the bases for regular group gatherings and visits to discuss art and literature. To these visits W.E. Henley was invited too, introduced by R.L. Stevenson who was a friend of his. Catherine recalled: My mother remembered Henley shaking hot ash off the end of his cigars into delicate japanese bowls while writing The Song of the Sword in the smoking room.'
The Grange is now The Royal Golf Hotel Club.
I have always found out that R. L. Stevenson was inspired by Robert Henley in his creation of the one-legged character Long John Silver!
In a letter to Henley after the publication of  Treasure Island, Stevenson wrote: ..."I will now make a confession: "It was the sight of your maimed strenght and masterfulness that begot Long John  Silver...the idea of the maimed man, ruling and dreaded by the sound, was entirely taken from you."
I hope you will excuse my digressions but I have made them to show you how far the quest for people's story and relationship can bring!
So now we can go back to Invictus and to the fact that this title was given to the poem by the editor Arthur Quiller-Couch when he included it into the Oxford Book of English Verse. This is the text:


Invictus

Out of the night that covers me,

Black as a Pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud,
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find me, unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.


Già altre volte, in passato, su Ottantanovenuvole, ho messo in evidenza il nesso forte che può stabilirsi tra cinema e poesia, come, per esempio, per il film "Quattro matrimoni e un funerale" durante il quale si recitava la poesia di W.H. Auden "Funeral Blues".
Oggi voglio parlarvi di "Invictus" di William Ernest Henley.


Su questa poesia  si concentrò l'attenzione del pubblico in occasione della proiezione del film "Invictus" del 2009, diretto da Clint Eastwood ed ispirato al romanzo di John Carlin "The Human Factor: Nelson Mandela and the Game that Changed the World".
Tale poesia fu molto importante per Mandela che la recitava spesso a se stesso durante i lunghissimi anni di prigionia e pare che venisse usata, in alcuni suoi versi, per incoraggiare il capitano della squadra sudafricana di rugby,   Francoise Pienaar, quando nel corso dei mondiali del 1995, irruppero di nuovo sulla scena internazionale gli Springboks, la nazionale sudafricana di rugby, che, sin dagli anni Ottanta, era stata esclusa dalle competizioni per via dell'apartheid.
Io stessa non conoscevo nè la poesia nè il suo autore.
Facendo un po' di ricerche ho scoperto che William Ernest Henley scrisse questa poesia su un letto d'ospedale, pare nel 1875,  in quanto contrasse la tubercolosi ossea in giovane età e questo lo portò a convivere con questa malattia per tutta la sua vita, fino a giungere all'amputazione della parte inferiore della gamba sinistra. Ciononostante le cronache lo descrivono come un omone barbuto grande e grosso dalla fluente capigliatura, impetuoso e dalla fragorosa risata.
Un'altra cosa che ho scoperto è che la poesia fu dedicata ad un tal Robert Thomas Hamilton Bruce ed ho faticato non poco per scoprire qualcosa su di lui.
Quest'ultimo era un mercante di farina di Edinburgo che si arricchì moltissimo poichè era socio di una ditta di importazione di farina di Glasgow, chiamata Bruce and Wilson e di una catena di panetterie di Londra chiamata J § B Battersea.
L'amore per l'arte e, soprattutto, per la pittura era la sua grande passione e così cominciò ad acquistare quadri dai vari mercanti d'arte della zona fino ad acquisire un ruolo di primo piano nell'organizzare prestiti di dipinti francesi ed olandesi durante la "Edinburgh International Exhibition" del 1886. La sua stessa collezione era, a quel tempo, rilevante e questo lo portò a prestare i suoi quadri persino alla Royal Scottish Academy.
Nel 1891 Hamilton Bruce pensò di ritirarsi dagli affari e scelse Dornoch, in Scozia, dato il suo grande entusiasmo per il golf.
Lì fece costruire una grande casa denominata The Grange, appositamente studiata per ospitare la sua collezione d'arte che includeva dipinti  di Corot, Rousseau, Rodin, Turner and Matthijss Maris.
Una dei suoi sei figli, Catherine Anne,  scrisse:  ‘It was a large house standing on that wind swept field with a wicket gate leading to the links … inside it was rather like a museum’. ‘My father built another house over the way to prevent villas going up, and he called it Abden. He started to buy land and went to the council and managed to get the burn cleaned up’.
Grazie ai suoi vastissimi interessi ed alle sue conoscenze sia familiari che d'affari Bruce divenne parte di un'intima ed influente cerchia che includeva autori come R.L. Stevenson e J.M. Barrie, l'editore Walter Blaikie ed il critico d'arte William Hole.
Le sue case di Edinburgo e di Dornoch ospitarono frequenti e regolari riunioni in cui si discuteva d'arte e di letteratura.
A queste riunioni partecipava anche Robert Henley che vi fu introdotto da R. L. Stevenson che era un suo amico. Catherine ricordò: "Mia madre ricordava Henely mentre scuoteva la cenere del suo sigaro in una delicata ceramica giapponese mentre scriveva The Song of the Swor nella sala da fumo."
The Grange è ora il Royal Golf Hotel di Dornoch.
Un'altra cosa che ho scoperto è che R.L. Stevenson si ispirò a Robert Henley per la creazione del personaggio del pirata Long John Silver che non aveva una gamba!
In una lettera a Henley, dopo la pubblicazione de L'isola del Tesoro, Stevenson scrisse: "Devo farti una confessione: è stata la vista della tua pur menomata possenza e del tuo carisma cha ha generato Long John Silver... L'idea dell'uomo sciancato che persuade e terrorizza al solo suono della voce è stata interamente presa da te." Così, tornando
Spero scuserete questa mia lunga digressione ma l'ho fatta per mostrarvi quanto lontano possano portare le ricerche sui personaggi e sui rapporti che tra di loro sono intercorsi.Così, tornando ad Invictus, dovete sapere che la poesia non aveva titolo e che essa fu così intitolata dall'editore Arthur Quiller-Couch quando essa fu inclusa nell'Oxford Book of English Verse.

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as a pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud,
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find me, unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul
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Come vedete dai versi della poesia l'autore mette l'accento sulla dualità spirito/corpo che va di pari passo con la dualità luce/ombra e sulla possibilità dello spirito di restare invitto nonostante le avversità della vita.
Il verso Black as a Pit from pole to pole potrebbe riferirsi al mito di Agarthi, regno leggendario che si troverebbe al centro della terra e le cui ramificazioni si estenderebbero dappertutto.
Questa citazione non è estranea all'ambiente culturale frequentato dal poeta Henley che era amico anche di William Butler Yeats le cui tematiche e costruzioni poetiche sono fortemente permeate di esoterismo.
Da notare anche il verso I thank whatever gods may be dove si citano gli dèi non il dio unico delle religioni monoteiste e questo ben si collega all'impronta esoterica che la poesia presenta al suo interno.
Lo schema del componimento è ABAB che dà al testo un'andatura accelerata, accentuata anche dalla presenza di molte allitterazioni all'interno dei versi.
Tale andatura potrebbe voler ricordare la quotidiana battaglia tra spirito e materia, tra luce e ombra.
La scelta lessicale, inoltre, dà un tono fortemente melodrammatico all'intero componimento ma forse, proprio per questo motivo, Nelson Mandela preferì questo componimento ad altri per darsi forza durante gli interminabili anni della sua prigionia.
Io ho tradotto la poesia ed ho incontrato innumerevoli difficoltà in quanto esse , a prima vista, non apparivano affatto.
Vi propongo due traduzioni, una in verso libero una in verso ABAB.
Vediamo che ne dice Jago che è sempre, a ragion veduta, severo nei giudizi.

INVICTUS

(To Robert Thomas Hamilton Bruce)
di William Ernest  Henley  (Gloucester,1849-Woking, 1903)

                                                                           

                                                                                     Traduzioni  di Marilia Aricò


Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come l'abisso da polo a polo,
Io ringrazio tutti gli dèi
Per l'indomabile anima mia.

Nella stretta mortale degli eventi
Non arretrai nè strepitai.
Sotto i colpi ferali della sorte
Il mio capo sanguinò, ma non si piegò.  

Oltre questo luogo d'ira e pianto
Soltanto l'orrore dell'ombra si profila,
E pur tuttavia la minaccia degli anni
Mi trova e troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto duro sia il mio castigo,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano dell'anima mia.

TRADUZIONE IN ABAB
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Come la gola da polo a polo nera,
Io ringrazio tutti gli dèi nelle lor dimore
Per l'indomabile anima mia serena.

Nella stretta mortale degli eventi
Non ho arretrato nè strepitato.
Sotto i colpi  della sorte violenti
Il mio capo ha sanguinato, ma non si è piegato.  

Oltre questo luogo d'ira e affanni
Soltanto l'orrore dell'Ombra si staglia,
E pur tuttavia la minaccia degli anni
Mi trova e troverà senza falla.

Non importa quanto il passaggio sia serrato,
Quanto dura di castighi la  vita mia,
Io sono il padrone del mio fato:
Io sono il capitano dell'anima mia.

P.S.: Ho fatto leggere la poesia ad una mia amica e lei ha sbottato: "Ma a quale persona sana di mente salterebbe in testa di scrivere: "Io sono il padrone del mio destino?"
Voi che ne pensate?

2 commenti :

  1. Ipaz, mi dispiace, ma è uno di quei casi in cui Blogger si imbizzarisce e c 'è poco da fare, se non riscrivere il tutto. Ma avevi usato il copia e incolla? Cmq. ottimo l'articolo. Preferisco snz'altro la traduzione in versi liberi.

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  2. No, Jago, avevo scritto tutto senza il copia e incolla ma i caratteri erano disuguali già prima. Va bene, non fa niente, i lettori ci scuseranno! La traduzione in versi liberi è piaciuta di più a moltissime persone. Bax

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