Un sole che spacca le pietre.
Oggi è una domenica di luglio torrida, la città è deserta, e io sto sul molo di Alcântara ad aspettare un tizio… anzi no, un grande poeta, forse il più grande del Novecento. Appuntamento a mezzogiorno. O forse a mezzanotte? I fantasmi mica rispettano gli orari.
Per dodici ore vagherò tra azulejos, bacalhau, ricordi e spettri: lo Zoppo della Lotteria, una vecchia zingara, il guardiano del faro, amici morti da tempo… e alla fine, lui. Fernando Pessoa in persona (o quel che ne resta)
.
Antonio Tabucchi ha scritto Requiem – Un’allucinazione direttamente in portoghese, come atto d’amore verso il Paese che lo aveva adottato. La traduzione italiana è stata curata dal suo amico Sergio Vecchio. È un requiem laico, tenero, surreale, commovente: un addio ai morti, ai luoghi, alla giovinezza, alla letteratura.
Breve, denso, ipnotico. Uno di quei libri che finisci e ti senti come se avessi sognato a occhi aperti per tutto il giorno.

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