sabato 4 luglio 2026

Adagio di Albinoni?







Il fantasma di Venezia: l'Adagio di Albinoni che non era di Albinoni

​Ci sono melodie che sembrano esistere da sempre, sospese in un limbo di malinconia universale. Note che stringono il cuore al primo ascolto, capaci di evocare immagini di canali veneziani avvolti nella nebbia, candele che si consumano e palazzi decadenti. L’Adagio in Sol minore è esattamente questo: il re incontrastato della musica strappalacrime, associato da decenni al nome del compositore barocco Tomaso Albinoni.

​C’è solo un piccolo dettaglio, una di quelle storie che sembrano scritte per confondere i confini tra realtà e finzione: Albinoni, quell’Adagio, non lo ha mai scritto.

​Il frammento tra le macerie

​Per capire come sia nato questo gigantesco malinteso musicale, dobbiamo fare un salto temporale e spostarci nella Dresda del 1945, devastata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. È qui che entra in scena il vero protagonista della nostra storia: Remo Giazotto, un musicologo romano, critico musicale e profondo stimatore di Albinoni, impegnato a ricostruire il catalogo delle opere del maestro veneziano.

​Giazotto racconterà in seguito di aver trovato, tra le macerie della Biblioteca Statale di Dresda, un frammento di spartito miracolosamente scampato al fuoco. Non era un’opera completa: si trattava solo di una linea di basso e di pochi accenni di melodia, presumibilmente la sezione centrale di un movimento lento appartenente a una sonata da chiesa.

​Quel brandello di carta divenne per Giazotto un'ossessione e un'ispirazione. Nel 1958, il musicologo pubblicò il brano che oggi tutti conosciamo, presentandolo come una "ricostruzione" basata sul frammento ritrovato.

​La magia del neoclassicismo camuffato

​L'inganno — o per meglio dire, l'operazione di marketing culturale — funzionò fin troppo bene. L'Adagio divenne un successo planetario. Cinema, televisione, funerali di Stato (come quello di John F. Kennedy), sottofondi pop: tutti volevano la struggente melodia del Settecento veneziano.

​Ma a un orecchio attento, qualcosa non tornava. Quell'Adagio non suonava affatto come il barocco geometrico, luminoso e rigoroso di Tomaso Albinoni. Era troppo drammatico, troppo denso, troppo... novecentesco. Le progressioni armoniche e l'uso degli archi avevano il sapore del tardo romanticismo, unito a una sensibilità cinematografica tipica del XX secolo.

​Con il passare degli anni, i dubbi della comunità scientifica si fecero certezze. Del famoso "frammento di Dresda" non è mai stata trovata traccia ufficiale negli archivi, né Giazotto lo ha mai mostrato pubblicamente. Oggi la musicologia concorda su un punto: l’Adagio in Sol minore è un'opera interamente originale di Remo Giazotto.

​Perché abbiamo bisogno dei miti

​Perché Giazotto non firmò il brano con il proprio nome, rinunciando alla gloria paterna di uno dei pezzi più famosi della storia della musica? Forse per umiltà, forse per dare una spinta commerciale al brano sfruttando un nome già celebre, o forse per il puro gusto romantico di restituire una voce a un fantasma del passato.

​In fondo, non importa. L’Adagio di Albinoni (che Albinoni non è) ci insegna che la bellezza della musica non risiede sempre nella precisione filologica dei cataloghi. A volte, le nuvole della storia si addensano intorno a un mistero e va bene così. Ci resta una melodia immortale, nata dal dolore di una guerra e dalla fantasia di un uomo che voleva solo farci piangere sulle note di un Settecento mai esistito.

lunedì 25 maggio 2026

Edgar Lee Masters. Antologia di Spoon River.

 Griffy the cooper

 Griffy il bottaio 





The cooper should know about tubs.

But I learned about life as well,

And you who loiter around these graves

Think you know life.

You think your eye sweeps about a wide horizon, perhaps,

In truth you are only looking around the interior of your tub.

You cannot lift yourself to its rim

And see the outer world of things,

And at the same time see yourself -

Taboos and rules and appearances,

Are the sta se of your tub.

Break the and dispel the witchcraft

Of thinking your tub is life!

And that you know life!


Il bottaio deve intendersi di botti.

Ma io conoscevo bene anche la vita,

E tu che vaghi tra queste tombe

Credi di conoscere la vita

Pensi di spaziare su di un vasto orizzonte, forse,

Ma in realtà stai solo guardando l’ interno della botte

Non puoi sollevarti sino all’ orlo

E vedere il mondo là fuori

E allo stesso tempo vedere te stesso.

Sei sommerso nella tua botte-

Tabù e regole e apparenze

Sono le doghe della botte.

Spezzale e rompi  l’incantesimo

Di credere che la tua botte sia la vita

E che tu conosca la vita!




lunedì 11 maggio 2026

Putting on the Ritz (che diavolo significa?)

 Non lo sapevo e, se non lo so, lo devo sapere.

Ho fatto ricerche ed ho scoperto che "Putting on the Ritz" è una canzone scritta da Irving Berlin nel 1927 e resa famosa da vari artisti lungo l'arco del tempo.

Sì, ma che significa?

Si tratta di un'espressione colloquiale che significa "vestirsi  in modo molto elegante, mettersi in ghingheri" e fa riferimento al famoso Ritz Hotel, simbolo di gran lusso e raffinatezza.

Nella sua stesura originale la canzone faceva riferimento ad una moda diffusa ad Harlem negli anni '20 (ho ricordato di averlo visto nel recente film "Sinners"  !) secondo cui giovani neri poveri spendevano tutto ciò che avevano per vestirsi in modo appariscente e mettersi in mostra passeggiando sulla Lenox Avenue.

Nella canzone era presente, altresì, un tono leggermente ironico relativo al desiderio di entrare a far parte di un mondo esclusivo soltanto abbigliandosi in un certo modo.

Grazie al suo ritmo molto orecchiabile ed accattivante, la canzone ebbe molto successo.

Esiste un film del 1930,  che si intitola proprio così.

Sempre nel 1930 la incise Fred Astaire , ottenendo uno strepitoso successo.

In un film del 1939 (Idiot's Delight) fu cantata da Clark Gable e un coro (lo sapevate che quest'ultimo sapeva ballare e cantare?, lo ignoravo pure io).

Divenne molto popolare anche nel Regno Unito grazie alle trasmissioni radiofoniche della BBC.

Per il film "Blue Skies del 1946, in cui Fred Astaire eseguì nuovamente il brano, Irving Berlin rivisitò il testo per adattarlo ad un pubblico più ampio di persone benestanti. (Immagino che il tono ironico venne del tutto abolito, sic!).

La canzone guadagnò ulteriore popolarità nel 1974 grazie allo strepitoso "Frankenstein Junior" dove fu interpretata da Gene Wilder e Peter Boyle. Inutile dire che è la versione che preferisco!

Nel 1982 il musicista olandese Taco ( e chi se lo ricorda?) ne fece una nuova versione in stile synth



-pop che divenne un successo mondiale, vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo.

Grazie a questa rivisitazione Irving Berlin , allora novantacinquenne, divenne il più anziano autore vivente con una canzone tra le prime dieci in classifica. 

E voi? When will you put on the Ritz?