The Tale of a Niggun è una poesia narrativa scritta da Elie Wiesel negli anni 70, rimasta a lungo sconosciuta, pubblicata solo in un capitolo di una raccolta di saggi , Perspectives on Jews and Judaism: essays in honor of Wolfe Kelman, edita da Arthur A. Chiel ( New York: Rabbinical Assembly, 1978).
Solo ora, grazie a Mechael Pomeranz , il proprietario della libreria omonima di Gerusalemme, il testo è tornato alla luce in questo piccolo libro, con le belle illustrazioni di Mark Podwal.
Una comunità ebraica di uno sperduto ghetto dell' Est Europa deve affrontare il terribile ricatto nazista: consegnare ai nazisti dieci ebrei da impiccare o essere sterminata...
§§§ IL RACCONTO DI UN NIGGUN §§§
Un ghetto,
da qualche parte ad est,
durante il regno della notte,
sotto cieli di rame
e di fuoco.
I leader della comunità,
tutta brava gente,
coraggiosi tutti,
timorosi di Dio e obbedienti alla sua Legge,
vanno ad incontrare
il rabbino
che ha pianto troppo,
e ha interrogato
il buio,
per una risposta
con così grande passione
che non può più vedere.
E' urgente,
gli dicono,
è più che urgente,
è un problema
di vita o di morte
per alcuni ebrei
e forse
per tutti gli ebrei.
Parlate,
dice il rabbino
ditemi tutto:
non risparmiatemi nulla.
Questo è quel che chiede il nemico,
dice il più vecchio
dei vecchi ebrei
al rabbino
che ascolta
con il fiato sospeso.
Il nemico vuole
che dieci ebrei,
scelti da noi
gli siano consegnati
prima di domani sera.
Domani è Purim,
e il nemico,
volendo vendicare
i dieci figli di Haman,
impiccherà dieci dei nostri,
dice il più vecchio,
dei vecchi ebrei.
E domanda:
cosa dobbiamo fare rabbi?
Dicci cosa fare.
E i suoi compagni,
gente coraggiosa
ma impaurita,
ripete con lui:
cosa dobbiamo fare rabbi?
Dicci cosa fare.
Noi abbiamo paura,
dice il più vecchio
dei vecchi ebrei,
paura di prendere una decisione -
paura di prendere la decisione sbagliata:
aiutaci, rabbi,
decidi per noi -
e
al nostro posto.
E il rabbino,
la loro guida
si sente tremare le ginocchia,
il sangue arrivargli in testa,
ha il petto che gli scoppia
e la stanza che gira,
gira
gli gira intorno,
così anche la terra,
così anche i cieli,
e presto,
sente
che cadrà
come cade un cieco,
vittima della notte
e dei suoi predatori.
Aspetta una risposta,
dice il più vecchio
dei vecchi ebrei,
il nemico aspetta una risposta;
dicci quale deve essere,
il nostro dovere è guidare
come il nostro dovere è ubbidire.
Che cosa dovremmo dire?
Chiedono i leaders
del ghetto,
da qualche parte ad est
sotto i cieli
proibiti e maledetti;
cosa possiamo fare
per non essere condannati?
...
Ma il rabbino tace;
sogna di sognare,
di non aver sentito nulla,
e di non aver vissuto nulla.
Sogna, il rabbino,
di essere qualcun altro,
di vivere da qualche altra parte,
lontano,
fuori dalle mura,
di affrontare altri problemi,
che riguardano Dio
e non la morte.
Ma gli infelici leader
dell'infelice comunità
lo guardano,
e lo guardano con tale forza,
con tale fede,
che sente che deve tornare a parlare.
Lasciatemi solo,
dice con una voce flebile ma cortese,
voglio che mi lasciate solo.
Devo pensare,
meditare,
devo andare alla fonte,
esplorare il profondo
e interrogare
il passato,
tornate dopo,
vi aspetterò,
lo prometto,
si,
prometto di non abbandonarvi,
e di non risparmiarmi.
Rimasto solo,
il rabbino,
con respiro affannoso,
si alza dalla sedia
e va alla sua libreria
per consultare il Rambam,
che ha previsto
tutti gli avvenimenti
di tutte le società;
le sue decisioni sono chiare
e precise,
semplici ed umane,
umanamente semplici.
E il Rambam,
senza esitazioni,
gli recita
la immutabile legge
della tradizione,
così dura e così generosa,
e così compassionevole, anche:
nessuna comunità,
anche quando costretta,
può sacrificare,
uno dei suoi membri;
meglio perire insieme
che consegnare al nemico,
fosse anche il più implacabile,
uno dei propri figli.
Il rabbino del ghetto comprende
ma si rifiuta di accettare:
La Legge è bella,
dice,
la Legge è luminosa,
ma qui noi ci occupiamo
non delle idee
né della bellezza
ma del destino
di una comunità
di una vivente comunità di Israele.
...
E il Rambam
tristemente risponde:
comprendo,
a te è concesso di dubitare
e anche di rifiutare
il mio giudizio,
sebbene sia basato
sulla giustizia
e sulla legge;
puoi aspettarti
un'altra risposta,
una soluzione più umana.
Ma,
fratello in Israele,
fratello nella Torah,
devi comprendere anche me:
io non ho previsto,
non ho potuto prevedere,
la tua difficile situazione,
la tua tragedia.
No, sfortunato rabbino,
no, povero fratello mio,
io,
Moshe figlio di Maimon,
non posso essere di alcun aiuto a te
o ai tuoi.
...
Così, ostinato e tenace,
il rabbino del ghetto
si volge verso altri maestri,
qualcuno più vecchio
e qualcuno più giovane
di Rabein Moshe -
che sapeva molto della sofferenza degli ebrei
ma non abbastanza della crudeltà
del nemico.
Si volge verso i
saggi di Babilonia
e Yavneh ,i
legislatori di Bnei Brak
e Fez, i
codificatori di Francia
e Spagna,
e tutti tristemente,
scuotono la testa:
rabbi povero rabbi,
povero fratello e collega,
se lui,
nostro maestro e guida,
Moshe ben Maimon,
se lui non può aiutarti -
come potremmo noi?
...
e ancora -
rifiutando la rassegnazione,
il rabbino del ghetto,
va dall'uno all'altro,
ripetendo sempre
la sua bruciante domanda:
mi hai insegnato molto
ma non abbastanza;
non mi hai detto
se
devo mandare dieci ebrei sulla forca
per salvarne migliaia.
Se
io debbo condannarli tutti
e lasciare che siano massacrati
così da salvare l'onore ebreo
così da salvare l'anima ebrea,
che non può morire
e che non di meno morirà.
Dov'è la verità, Rashi?
Dov'è la giustizia, Rabbeinu Tam?
Quale è la strada,
Saadia Gaon,
Quale è la strada
che porta alla Torah
e alla salvezza
allo stesso tempo?
E tutti i saggi,
tutti i commentatori,
mi danno la stessa risposta:
perdonaci,
giovane fratello,
perdonaci,
giovane collega,
non possiamo aiutarti -
perchè la nostra scienza
non può sostituire la tua.
E così -
da libro a libro,
da centuria a centuria,
da guida a guida
il rabbino giunge al Besht,
il più magnificente,
il più umano,
il più fraterno
dei saggi e dei maestri.
Ed egli scoppia in singhiozzi:
Israel, dice,
Israel figlio di Sara,
tu che hai consolato così tanti popoli,
in pericolo,
consola anche noi.
Tu che hai compiuto
così tanti miracoli
per così tanta gente,
intercedi in nostro favore.
Non ti chiedo
di sconfiggere il nemico,
nè di revocare il decreto;
tutto quel che ti chiedo
è di aiutarmi
a trovare una soluzione.
Se conosci la soluzione,
condividila con me,
perchè io non la conosco:
tutto quel che so è
che c'è la notte
intorno a me
e dentro di me;
ed io sprofondo,
attratto dal suo silenzio,
che è anche quello di Dio.
E il Besht,
fedele alla sua leggenda,
appoggia le mani sulle spalle del rabbi
e gli sorride,
e invece di parlare,
inizia a cantare con lui
un Niggun portentoso
un Niggun senza parole,
un Niggun che neppure il Besht
o nessun'altro
ha mai cantato prima,
un Niggun che
concede
nascosti poteri e privilegi
che neanche angeli e serafini possiedono;
canta, il Besht,
e il suo viso risplende,
perchè è sicuro
che,
con questa canzone,
sarà capace
di rompere le catene
del diavolo
e della maledizione.
Ma
guai a lui
e guai a noi,
il suo niggun
è solo una debole canzone,
un grido d'aiuto,
e non un fucile.
Io credo di sapere il perchè,
dice il Besht
al rabbino del ghetto;
io so perché
i miei poteri mi hanno abbandonato,
io so perché;
ho il cuore che gronda di dolore,
troppo dolore,
e Dio dimora nella gioia -
solo nella gioia.
Aiutami,
fratellino-
non sei un rabbino di Israele,
come io stesso ero?
Aiutami a scacciare questa tristezza,
e vedrai,
vedrai cosa possiamo
ottenere
con la gioia,
aiutami a portare la gioia
dentro il mio cuore!
Ma
il rabbino del ghetto
sopraffatto dalla tristezza,
non può certo aiutare il Besht.
Bene, dice il Besht, allora
farò da solo.
Partiamo dall'inizio.
Voglio essere felice,
esuberante,
voglio cantare nell'estasi
e voglio danzare,
danzare con tutto il mio essere,
e gridare la felicità
di essere ebreo,
di essere una creatura di Dio
di partecipare alla sua opera
e di occupare i suoi pensieri.
Voglio aprire i cancelli della felicità
e fargli inondare
il mondo di sotto
e il mondo di sopra,
e allora
l'assassino sarà fermato
e l'assassinio scongiurato.
Il Besht prova,
oh si,
prova duramente,
canta con tutte le sue forze,
canta
e danza,
e chiede alla gioia
di arrivare
e di prenderlo
e liberarlo
e di liberare anche noi
ma
guai a lui
e guai a noi,
la gioia rifiuta di entrare
nel suo cuore
e rifiuta di penetrare
il suo canto.
Allora il Besht,
con lo sguardo spento,
ammette il suo errore:
perdonami
fratellino -
tu sei così vicino
e anche così lontano -
perdonami:
non posso aiutarti -
qualcuno non vuole
che io ti aiuti.
...
E io devo arrendermi?
Grida il rabbino
del ghetto.
No, dice il Besht.
Io devo arrendermi,
non tu.
Devi essere più forte di me,
loro hanno più bisogno di te
che di me.
Ormai disperato,
il rabbino bussa
alla porta
del vicino del Besht
suo amico e rivale:
Rabbi Eliyahu,
dice,
devi aiutarmi!
La comunità mi ha nominato
suo giudice -
e io non posso far nulla.
E allora il Gaon Eliyahu
chiude i suoi libri
e rompe il suo isolamento,
e guarda il rabbino-
La luce degli occhi
è la stessa
che avvolgeva il Sinai
molti anni fa:
Chi sei? gli chiede.
Sono un rabbino.
Da dove arrivi?
a quale libro appartieni?
Io vivo in un ghetto,
dice il rabbino.
Ho una domanda
a cui nessuno sembra capace di rispondere -
forse questa è una domanda
a cui non c'èrisposta.
Impossibile, dice il Gaon di Vilna.
Ogni domanda ha una risposta!
Hai cercato bene?
Ha consultato
le dovute fonti?
Hai studiato i Poskim
e le loro regole?
Hai vagliato i giusti testi?
E non trovasti nulla?
Nessuno segno,
nessun suggerimento?
No?
Bene - vediamo
lasciami pensare...
Dieci nomi,
tu affermi
il nemico richiede
dieci nomi,
giusto?
Sì, vedo,
aspetta,
vedo cosa faremo,
aspetta-
ecco la risposta
prendila!
E il Gaon Eliyahu di Vilna
gli porge
un foglio di carta;
e il rabbino del ghetto
lo prende
lo legge,
incredulo,
e lo legge ancora
e ancora:
un nome,
sempre lo stesso,
scritto dieci volte-
Eliyahu,
Eliyahu,
Eliyahu di Vilna,
dieci volte,
c'è scritto
il suo nome, dieci volte...
Sconvolto e commosso,
il rabbino sussurra:
Grazie,
grazie
di avermi mostrato la strada:
Il rabbino adesso è felice;
quasi felice;
ma d'improvviso
si sente chiamare
da una carezzevole voce. E' Levi,
Levi Yitzak di Berditchev,
Non mi piace questa soluzione,
dice il Berditchev Rebbe;
ti spinge nella solitudine
e ciò mi dispiace.
Un ebreo non è mai solo,
devi saperlo,
Anche quando muore,
non muore da solo.
Il sacrificio di sè non è la risposta,
mio giovane fratello
e compagno.
Quando un ebreo pensa di essere perduto,
deve trovare se stesso
dentro la comunità di Israele:
deve essere rafforzata
da lui
e non divisa:
sei il nemico vuole uccidere,
lascialo uccidere -
e non dirgli
chi deve uccidere.
Il tuo ruolo,
giovane fratello e collega,
il ruolo di un rabbino
è di stare con gli Ebrei,
non di affrontarli.
Fossero chiamati
da Dio
o dal nemico,
dovessero scegliere
di rispondere,
sia quel che sia,
cammina con loro,
prega con loro
o per loro,
urla con loro,
piangi quando piangono;
condividi la loro angoscia
ed il loro dolore
così come hai condiviso con loro la felicità;
fai sì
che il sacrificio
imposto dal nemico
unisca le vittime
invece di separarle;
come rabbino,
c'è solo un obbligo
che devi seguire:
Gli Ebrei stiano insieme,
gli Ebrei
stiano insieme
come Ebrei.
Così
il giorno dopo,
il rabbino riceve
i più anziani del ghetto
e solennemente
li informa
della sua decisione:
il nemico ucciderà -
ma le sue vittime
non saranno
le nostre vittime;
noi rimarremo
insieme
ed insieme
affronteremo il nemico
come una sola persona
Poche ore più tardi
la notizia corre
per le strade malate
del ghetto
da qualche parte
ad Oriente
sotto cieli ostili
e crudeli.
E poco prima del tramonto,
nell'ora in cui,
in altri paesi,
gli Ebrei si radunano ovunque
nelle loro case di studio
e di preghiera
per recitare con gratitudine
l'evento miracoloso
che avvolge Mordechai
ed Esther
ed i loro amici Ebrei,
il nemico deporta gli abitanti
del ghetto
nel cortile
della vecchia sinagoga,
dove al più vecchio dei vecchi Ebrei
viene ordinato di rendere nota la sua decisione:
Chi saranno i dieci martiri?
Chi vivrà, chi morirà?
Fa un passo avanti
senza mostrare paura,
tutto il suo essere riflette
dignità,
il più vecchio dei vecchi Ebrei
dichiara con fermezza:
Nessuno di noi
merita di vivere o
morire più di un altro.
Attende un momento,
un lungo momento,
come se pensasse di voler
aggiungere
una spiegazione,
ma ci ripensa;
fa un passo indietro
ed è già
circondato
da amici e parenti.
Il nemico è deluso?
Dirlo è impossibile.
Muove uno sguardo pigro
sugli abitanti del ghetto: giovani e vecchi,
istruiti e non,
uomini e donne,
ragazzi ed i loro insegnanti,
sono tutti qui.
E' soddisfatto il nemico
che nessuno manchi?
Dirlo è impossibile.
Guarda le sue vittime
e dice
semplicemente,
freddamente:
Tra un' ora,
un'ora esatta,
voi sarete tutti
morti.
E tutti gli Ebrei,
con un solo movimento,
si voltano verso il loro rabbi
come a chiedere conferma:
Ma è vero?
E' forse un sogno?
Un incubo? Una farsa?
Qualcuno piange,
altri sorridono,
guardando nel vuoto.
Teniamoci pronti,
dice il rabbino.
Ma non dice
pronti per cosa;
ciascuno lo sa.
Recitiamo tutti
insieme il Vidui,
dice il Rabbi
e dopo
Sh'ma Ysrael,
tutti insieme;
che l'Altissimo accolga il nostro appello,
forse Egli non sa
cosa accade qua sulla Terra.
Perciò,
amici,
fratelli,
noi canteremo
forte,
sempre più forte,
mi sentite?
Canteremo così forte
che il nostro canto riempirà
il cielo e la terra...
Qualcuno lo guarda
ma non comprende;
altri comprendono
ma non osano guardarlo;
c'è chi si chiede:
cantare?
Vuoi che cantiamo
rabbi?
Qui? Adesso?
Si! Adesso!
il rabbi comanda.
Voglio che cantiate adesso!
Vi insegnerò
una canzone
che ho imparato solo oggi-
un niggun dedicato
a questo giorno!
Ed inizia a insegnare loro
il niggun
che il Besht,
col suo disperato fervore,
gli ha cantato
ore prima
...
E all'improvviso
il rabbino si accorge,
con gioia mista ad angoscia,
che la sua propria
comunità
è più grande di quanto avesse pensato.
Da tutte le parti
gli Ebrei sono arrivati
per unirsi ad essa.
Dalla Babilonia
e dalla Spagna,
dalla Provenza
e dal Marocco,
hanno lasciato il Talmud
per venire qui:
hanno lasciato il Tosafot
per venire qui,
hanno lascito la storia
e la leggenda
per essere qui,
presenti a questo
rivolgimento della storia;
hanno lasciato
i loro luoghi di sosta
per venire in questo ghetto
a cantare e sognare
e questi Ebrei
che camminano verso la morte,
Akiva e i suoi discepoli,
Bar Kochba e i suoi guerrieri,
i saggi
ed i ribelli,
pezzenti e principi,
Il santo Ari ed i suoi compagni,
Maggid e i suoi discepoli,
e Gaon di Vilna,
strano,
Gaon di Vilna
canta
il niggun di Besht,
come fa tutta la comunità,
come fa lo stesso Besht,
mentre piange
e celebra
la lealtà degli Ebrei
al suo popolo
e alla sua canzone.
Il nemico inizia il massacro
ma il niggun gli sfugge;
il macellaio macella
ma le sue vittime
un minuto prima di morire,
aspirano all' immortalità
e la raggiungono
con il loro canto,
che no,
non può indebolirsi,
non può morire:
continua
e continuerà,
fino alla fine dei tempi
e anche oltre.
Glossario
Nota del traduttore: alcune voci del glossario non sono supportate in italiano, o lo sono in modo errato o insufficiente. Abbiamo perciò inserito alcune voci in lingua inglese .
Akiva ben Joseph, semplicemente noto come Rabbi Achivà (in ebraico: רבי עקיבא?; 40 – Tiberiade, 137), è stato un rabbino ed erudito ebreo tanna, martirizzato e ucciso dai Romani.Grande autorità della tradizione ebraica ed uno dei principali contributori all'Halakha, alla Mishnah e ai midrashim. Viene citato nel Talmud come Rosh la-Chakhamim ("Capo di tutti i Saggi"), ed è considerato come uno dei primi fondatori dell'ebraismo rabbinico.[1] È il settimo Saggio più citato della Mishnah.[2]
Simon Bar Kokheba, abbreviato Bar Kochba, Bar Kokhba o Bar Kochva[1] (in ebraico: שמעון בר כוכבא?, in italiano "Simone Figlio della Stella"; fl. 132 - 135; ... – ...), è stato un condottiero e rivoluzionario ebreo, pretendente al trono del regno di Giudea, che guidò la terza guerra giudaica contro i romani.Bar Kochba venne proclamato da Rabbi Akiva come messia, principe d'Israele e poi re di Giudea (o dei Giudei) dopo aver ottenuto una piccola vittoria contro Roma, ma alla fine venne sconfitto
Besht,Israel ben Eliezer, (in ebraico: ישראל בן אליעזר?, Yiśrā'ēl ben Ĕlī‛ezer), meglio noto come il Baʻal Shem Tov (in ebraico: בעל שם טוב?, Baʻal Šēm-Ṭōv) (Podolia, 1698 – Medžybiž, 1760), è stato un rabbino e mistico polacco.Noto anche con il soprannome di Besht (BeShT, acronimo di Baʻal Shem Tov), per la sua reputazione di guaritore itinerante, fondatore del moderno chassidismo:[1][2] l'appellativo Baʿal Shem Ṭov significa infatti Maestro del Nome di Dio, ma può essere tradotto anche come Maestro del Buon Nome.
Bnei Brak takes its name from the ancient Biblical city of Beneberak, mentioned in the Tanakh (Joshua 19:45) in a long list of towns of ancient Judea. The name is also cited by some as continuing the name of the Palestinian village of Ibn Ibraq ("Son of Ibraq/Barak") which was located 4 kilometers (2.5 mi) to the south of where Bnei Barak was founded in 1924.
Esther "appare" nella Bibbia come una donna di grande pietà, caratterizzata dalla sua fede, dal suo coraggio, dal suo patriottismo, dalla sua prudenza e dalla sua risolutezza. Ella fu sempre fedele e obbediente a suo zio (o cugino) Mardocheo e si apprestò a compiere il suo dovere di rappresentare il popolo ebraico e di ottenerne la salvezza.Nella tradizione ebraica è vista anche come "strumento" della Volontà divina di Dio per impedire la distruzione del popolo ebraico durante un evento potenzialmente catastrofico ordito da un nemico di grande potere, Aman (cfr Digiuno di Ester, Ebraismo rabbinico, Festività ebraiche, Purim) durante il periodo dell'esilio.Secondo il Talmud (Meghillah) ella fu discendente della Dinastia davidica. Mardocheo fu della tribù di Beniamino .
Elia (Eliyahu) ben Shlomo Zalman più conosciuto come il Gaon di Vilna, oppure come il Gra (acronimo ebraico per Gaon Rabbi Eliyahu), (Sialiec, 23 aprile 1720 – Vilnius, 9 ottobre 1797) è stato un rabbino lituano. Fu uno dei rabbini maggiormente competenti degli ultimi secoli. Si dimostrò un eccellente talmudista, halachista, studioso e maestro di Kabbalah; soprattutto fu il leader del mondo ebraico anti-chassidico. Nella lingua ebraica si fa riferimento a lui come in ebraico: הגאון החסיד מווילנה?, haGaon haChasid miVilna, 'il buon genio da Vilna'
Haman (o Amano; ebr. Hāmān, gr. ῾Αμάν). - Ministro del re di Persia Assuero (cioè Serse figlio di Dario). Appare nel libro biblico di Ester come accanito nemico degli Ebrei, e in particolare di Mardocheo. La coraggiosa sagacia di Ester sventa i piani di A., che, dopo essere stato costretto ad assistere al trionfo del suo nemico, è fatto giustiziare dal re (474 a. C. ?). La storicità dell'episodio e della figura quale è rappresentata nel libro biblico è stata variamente discussa. L'epiteto di Agagita è inteso nel senso di discendente dal re amalecita Agag; o, secondo altri, originario del paese Agag nella Media.
Holy Ari anche detto Yitzhak Luria, italianizzato col nome di Isacco Luria (in ebraico: יצחק לוריא?, Yiṣḥāq Lùria; Gerusalemme, 1534 – Safed, 25 luglio 1572), è stato un rabbino, mistico e teologo ottomano, kabbalista attivo a metà del Cinquecento nella città di Safed, nell'allora Palestina ottomana.Conosciuto anche con i soprannomi reverenziali di Ari («il Leone», acronimo di Ashkenazi Rabbi Yitzhak, «Il Maestro Tedesco Yitzhak»), Arizal, dove ZaL è l'acronimo di Zikhrono Livrakha («di benedetta memoria» o letteralmente «il ricordo di lui [sia] in benedizione», un tratto d'onore ebraico riservato ai defunti), e anche come Ari Ha-Kadosh («il Santo Ari»), Isacco Luria è stato uno dei pensatori più importanti nella storia della mistica ebraica.[1]
Levi Yitzchok of Berditchev (Levi Yitzchok Derbarmdiger (compassionate in Yiddish) or Rosakov) (1740–1809), also known as the holy Berdichever, and the Kedushas Levi, was a Hasidic master and Jewish leader. He was the rabbi of Ryczywół, Żelechów, Pinsk and Berdychiv, for which he is best known. He was one of the main disciples of the Maggid of Mezritch, and of his disciple Rabbi Shmelke of Nikolsburg, whom he succeeded as rabbi of Ryczywół.[1]Levi Yitzchok was known as the "defense attorney" for the Jewish people ("Sneiguron Shel Yisroel"), because he would intercede on their behalf before God. Known for his compassion for every Jew, he was one of the most beloved leaders of Eastern European Jewry. He is considered by some to be the founder of Hasidism in central Poland.[2] And known for his fiery service of God.
Rabbi Dov Ber di Mezeritch, conosciuto come il Grande Magghid (ebraico: דוב בער ממזריטש; 1704/1710(?) – 4 dicembre 1772), è stato un discepolo del Rabbino Yisrael Baal Shem Tov, fondatore del Chassidismo, e generalmente reputato suo successore. Rabbi[1].Dov Ber viene riconosciuto come il primo proponente ed esponente del Chassidismo e uno dei suoi più importanti propagatori.[2]I suoi insegnamenti appaiono su Magghid Devarav L'Yaakov, Or Torah, Likutim Yekarim, Or Ha'emet, Kitvei Kodesh, Shemuah Tovah, e in altre opere scritte dai suoi discepoli.
Mordecai (/ˈmɔːrdɪkaɪ, mɔːrdɪˈkeɪaɪ/;[1] also Mordechai; Hebrew: מָרְדֳּכַי, Modern: Mardoḵay, Tiberian: Mārdoḵay, IPA: [moʁdeˈχaj]) is one of the main personalities in the Book of Esther in the Hebrew Bible. He is described as being the son of Jair, of the tribe of Benjamin. He was promoted to Vizier after Haman was kille
Nigun (in ebraico: ניגון? significato: "aria" o "melodia", plur. nigunim) o niggun (plur. niggunim) è una forma di canzone o melodia religiosa ebraica cantata da gruppi. È una tecnica del canto, spesso con suoni ripetitivi come "bim-bum-bam" o "ai-ai-ai!" al posto di una lirica formale. A volte i versetti della Bibbia, o citazioni da altri testi ebraici classici, sono cantati ripetitivamente così da creare un nigun. Alcuni nigunim vengono intonati come preghiere di lamentazione, mentre altri possono essere gioiosi o vittoriosi.I nigunim sono in gran parte accorgimenti musicali improptu, sebbene possano basarsi su passaggi tematici e siano stilizzati in forma, riflettendo gli insegnamenti ed il carisma delle guide spirituali di una data congregazione o movimento religioso. I nigunim sono specialmente importanti nella liturgia dell'Ebraismo chassidico, che ha sviluppato le sue proprie forme spirituali strutturate a riflettere la gioia mistica della preghiera profonda, espressa nel deveku
Poskim(ebraico פוסק, po·ˈseq, pl. Poskim, פוסקים) è un termine della Halakha (legge ebraica) reso come "decisore" — uno studioso giurista che interpreta e decide l'Halakha in casi di legge ove passate autorità sono state inconclusive.La decisione di un posek è detta psak din o psak halakha ("decisione di legge"; pl. piskei din, piskei halakha) o semplicemente "psak". In ebraico, פסק è la radice che comprende "fermare" o "concludere" — il posek porta a termine il procedimento di dibattito legale. Piskei din sono di solito registrati in volumi chiamati responsa
La festività ebraica di Purim (in ebraico פורים, Sorti) cade il giorno 14 del mese ebraico di Adar.Ricorda eventi narrati nella Meghillà di Estèr, avvenimenti che risalgono a 5 secoli prima dell'Era Volgare.A Gerusalemme, a Susa (capitale della Persia) e nelle città cinte da mura ai tempi di Giosuè, la festa durava 2 giorni e si concludeva probabilmente al tramonto del 15 di Adar.[1]Il digiuno del giorno precedente ricorda quello fatto da Ester e Mardocheo per invocare aiuto divino nel far cambiare idea al Re Assuero, quando il perfido Amàn, consigliere del Re di Persia Assuero (Serse I), tramando per liberarsi degli ebrei, convinse inizialmente il Gran Re a ucciderli tutti. La moglie del Re, Ester, riuscì a ribaltare le sorti e a salvare il popolo ebraico residente nei territori della Persia.Questo digiuno viene quindi chiamato Digiuno di Ester e dura dall'alba fin dopo tramonto, a sera inoltrata.
Yaakov Ben Meir (1110 – 1171) è stato uno dei più famosi commentatori medievali del Talmud.Yaakov ben Meir (1100-1171), detto Rabbenu Tam (רבנו יעקב תם) è un Tosafista figlio e nipote di Rashi. Era soprannominato Rabbenu Tam, in riferimento al patriarca Yaakov che era "tam", vale a dire perfetto ed integro. Questo Tosafista di area francese è stato uno dei più importanti del suo tempo, ed è il soggetto principale dei Tosafot del Talmud babilonese.
Rashy Troyes 22 febbraio 1040 – Troyes, 13 luglio 1105), in ebraico רש"י, acronimo di Rabbi Shlomo Yitzhaqi (רבי שלמה יצחקי) e conosciuto anche con il nome latinizzato di Salomon Isaacides, da cui le forme italianizzate Salomone Isaccide oppure Salomone Jarco o Rabbi Salomone Jarco,[1] è stato uno dei più famosi commentatori medievali della Bibbia ebraica.Rabbino medievale francese, fu un rinomato e altamente stimato contributore aschenazita dello studio della Torah. È famoso come autore di un vasto commentario del Talmud e di un esaustivo commentario del Tanakh (Bibbia ebraica). È considerato il "padre" di tutti i commentari talmudici che seguirono (per esempio, Baalei Tosafot) nonché le esegesi bibliche (per es., Ramban, Ibn Ezra, Chaim ibn Attar, et al.).[2]
Saʿadya Gaʾon (ebraico רב סעדיה בן יוסף גאון סורא Rav Saʿadya ben Yōssef Geʾon Sūra, in arabo: سعيد إبن يوسف الفيّومي, Saʿīd ibn Yūsuf al-Fayyūmī ), detto רס״ג (acronimo RASSAG), fu un rabbino del X secolo, attivo in Egitto e nella Babilonia medievale (Iraq), nel Califfato Abbàside. Nacque a Dīlās (attuale Governatorato di al-Fayyum) tra il 27 giugno e il 5 luglio dell'882 (o del 892)[1] e morì a Baghdad nel 942.Gaʾon (Rosh Yeshiva, ossia direttore accademico) della città di Sura, egli fu una delle più celebri alte autorità spirituali.[2] e scientifiche del periodo dei Gaonim[3]
(Shema Israel or Sh'ma Yisrael; Hebrew: שְׁמַע יִשְׂרָאֵל; "Hear, O Israel") is a Jewish prayer, and is also the first two words of a section of the Torah, and is the title (better known as The Shema) of a prayer that serves as a centerpiece of the morning and evening Jewish prayer services. The first verse encapsulates the monotheistic essence of Judaism: "Hear, O Israel: the LORD our God, the LORD is one" (Hebrew: שְׁמַע יִשְׂרָאֵל יְהוָה אֱלֹהֵינוּ יְהוָה אֶחָֽד׃), found in Deuteronomy 6:4.[1]The verse is sometimes alternatively translated as "The LORD is our God; the LORD is one" or "The LORD is our God, the LORD alone." (Biblical Hebrew rarely used a copula in the present tense, so it has to be inferred; in the Shema, the syntax behind this inference is ambiguous.) The word used for "the LORD" is the tetragrammaton YHWH.
Simchat Torah (שמחת תורה) è una festività ebraica che si svolge al termine della festività di Sukkot. In ebraico significa "Gioia della Torah".Secondo la legge ebraica, i primi due giorni della festa di Sukkot sono giorni di festa piena. I cinque giorni successivi sono giorni normali che mantengono alcuni tratti della festività. Il settimo giorno è chiamato Hoshanah Rabbah e viene celebrato in una maniera particolare con preghiere e liturgia a sé.Nello stato di Israele Sukkot dura sette giorni includendovi anche Shemini Atzeret. Al di fuori di Israele, nella diaspora, Sukkot dura otto giorni. Mentre in Israele Simchat Torah viene celebrato lo stesso giorno di Shemini Atzeret, in diaspora viene celebrato il nono giorno, come festa a sé stante
Ta'anit Ester, Hebrew: תַּעֲנִית אֶסְתֵּר) is a fast from dawn until dusk on Purim ev-The fast commemorates one of two events in the Book of Esther: either Esther and the Jewish community ofhushan having fasted for 3 days and 3 nights before she approached the king (Esther 4:16), or a fast which is presumed to have occurred on the 13th of Adar, when the Jews fought a battle against their enemies.[1]It is a common misconception that this fast dates to the time of Esther. Esther 9:31 states "They had established for themselves and their descendants the matters of the fasts and their cry", but this refers instead to the fasts mentioned in Zechariah 8:19.[2]The first mention of the fast of Esther is as a minhag that is referenced in the Gaonic period.[3] A 2010 study examines the origin of the fast and the reason for its arising in the Gaonic period.[4]
The Tosafot, Tosafos or Tosfot (Hebrew: תוספות) are medieval commentaries on the Talmud. They take the form of critical and explanatory glosses, printed, in almost all Talmud editions, on the outer margin and opposite Rashi's notes.
VIDUI In Judaism, confession (Hebrew: וִדּוּי, romanized: widduy, viddui) is a step in the process of atonement during which a Jew admits to committing a sin before God. In sins between a Jew and God, the confession must be done without others present (The Talmud calls confession in front of another a show of disrespect). On the other hand, confession pertaining to sins done to another person are permitted to be done publicly, and in fact Maimonides calls such confession "immensely praiseworthy".
Yavne (Hebrew: יַבְנֶה) or Yavneh is a city in the Central District of Israel. In many English translations of the Bible, it is known as Jabneh /ˈdʒæbnə/. During Greco-Roman times, it was known as Jamnia (Ancient Greek: Ἰαμνία Iamníā; Latin: Iamnia); to the Crusaders as Ibelin; and before 1948, as Yibna (Arabic: يبنى).
i