sabato 13 novembre 2010

da La Terra del Rimorso, Ernesto De Martino

Stu pettu è fatto cimbalu d' amuri
Tasti li sensi mobili e accorti
Cordi li chianti, suspiri e duluri
Rosa è lu cori miu feritu a morti

Strali è lu ferru, chiai sò li miei arduri

Marteddu è lu pensieri, e la mia sorti
Mastra è la donna mia, ch'à tutti l' huri
Cantando canta leta la mia morti.

                                

' Sto petto è fatto cembalo d' amore
Tasti i sensi sensibili e pronti
Corde i pianti, sospiri e dolori
Rosa ( del clavicembalo) è il mio cuore
                                           ferito a morte


Punta è il ferro, piaghe sono i miei ardori


Martello è il mio pensiero e la mia sorte
Corega è la donna mia, che in tutte l' ore
Cantando canta lieta la mia morte.

                   
 Molto bella anche questa!!!:
                                                                                                    

http://www.laterradelrimorso.it/pizzicadisanvito                                                  

giovedì 11 novembre 2010

Ciao a chiunque legga.
Oggi voglio farvi leggere una mia poesia, che fa parte del mio secondo libro di poesie, peraltro non ancora edito, che s'intitola: "Poesie mentre si vive."
Il titolo sta a rimarcare il fatto che scrivere è semplicemente frutto della vita, il che sembra ovvio, ma, se ci riflettete, non lo è poi tanto.
Ci sono scrittori, infatti, che hanno scritto libri e libri senza muoversi mai dalla propria stanza (prendete Salgari, per esempio) o altri che si sono isolati in una sorta di autismo intellettuale (prendete Salinger, per esempio) senza più scrivere una riga.
Io voglio sottolineare il fatto che tutto quello che scrivo è strettamente legato a quello che succede, non soltanto alla mia vita interiore, ma anche a quello che succede intorno e fuori da me.
La vogliamo chiamare poesia militante? In questi tempi bui di smantellamento di ogni coscienza sociale e politica, chiamiamola proprio così.

21/04/09

Esceth Ekos

Credete che non vi veda
ora che sono carne in putrefazione
lasciata alla pietà dei gabbiani
che stridono in larghi cerchi sopra di me.
Che volete che vi dica?
Pensavo di potermi salvare
e con me il mio bambino
pensavo di avere diritto alla vita
essendo, per caso, o per disgrazia, nata
proprio come quelli che nascono
nella parte fortunata del mondo.
Ora che mi guardate dal vostro televisore
pensate che tutto questo non vi riguardi
e che sia solo un cadavere in più
ma io vi vedo e vi giudico
che siano maledetti
quelli che affamano il mondo.

mercoledì 10 novembre 2010

Un Tonno filosofo, a philosopher Tuna, da Pinocchio, Carlo Collodi





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                                            there is more dignity in dying in the water than in oil!..


 E Pinocchio a nuotar più lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. E già era presso lo scoglio, e già la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall'acqua!
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, batté un colpo così screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d'ora.
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sé c'era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non sentì nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Perché bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana.
Pinocchio, sulle prime, s'ingegnò di farsi un poco di coraggio: ma quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominciò a piangere e a strillare: e piangendo diceva:
"Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi?"
"Chi vuoi che ti salvi, disgraziato?..." disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata.
"Chi è che parla così?" domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento.
"Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pesce sei?"
"Io non ho che vedere nulla coi pesci. Io sono un burattino."
"E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro?"
"Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?..."
"Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e due!..."
"Ma io non voglio esser digerito!" urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
"Neppure io vorrei esser digerito, soggiunse il Tonno, ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c'è più dignità a morir sott'acqua che sott'olio!..


Neither do I wish to be digested," added the Tuna, "but I am philosopher enough and I console myself by thinking that, when one is born a Tuna, there is more dignity in dying in the water than in oil!..