lunedì 6 gennaio 2014

Karl Kirchwey: On the Janiculum, January 7, 2012″, trad. A. Panciroli


"The city of Rome, like London, has its “towers, domes, theatres and temples,” which are recast in my poem (with a nod to one of Du Bellay’s sonnets in Les Antiquitez de Rome) as “walls, arches, baths and temples.” But it is impossible for a twenty-first century poet to recognize, or feel, in any landscape, urban or otherwise, the Romantic heart that beats for Wordsworth. And without that heart, what is there? There is the beauty of the world, of course: and aesthete poets follow beauty. There is even a moment, for the onlooker, in which the emotions of joy (at its power) and grief (at its brevity) caused by this beauty are momentarily resolved in a sense of tenderness at the apparent vulnerability of the city—just as Wordsworth responded to the vulnerability of the sleeping city of London. But this tenderness almost instantly corrects itself, recognizing that Rome, of all cities, with its long, cruel and dazzling history, is utterly indifferent to the individual human life."

Karl Kirchwey



Earth has not anything to show more fair,
and you’d have to be dead inside not to feel something—
but what, exactly? There are scholars who could tell me
about the walls, arches, baths and temples, and
it’s not that I’m indifferent to such knowledge,
but long ago I learned to follow beauty.
The city lies flushed by sunset in its bowl,
the snow mountains on the far horizon like a dream,
as runnels of violet invade each street,
and what is left, on a winter afternoon,
is a feeling of joy so closely followed by grief
you might almost miss the moment of tenderness
in which both resolve, as if toward something vulnerable:
though the city does not have you, has never had you, in mind.






















Il mondo non ha nulla da mostrare di più bello,
e tu dovresti essere morto dentro per non provare qualcosa-
ma cosa, esattamente? ci sono studiosi che potrebbero parlarmi
di mura, di archi, terme e templi, e
non è che io sia indifferente a tale conoscenza,
ma da molto tempo  ho imparato a seguire la bellezza.
La città si distende nella valle illuminata dal tramonto,
le montagne innevate sul lontano orizzonte come un sogno,
mentre rivoli di violetto invadono ogni strada,
e quel che rimane, in un pomeriggio d'inverno,
è un sentimento di gioia così subitamente seguito dal dolore
che potresti  perdere quel momento di tenerezza
in cui entrambi si risolvono, come  fosse verso qualcosa di vulnerabile:
anche se la città non ti ha, non ti ha mai avuto, in mente.









http://www.poetrynw.org/karl-kirchwey-two-translations-on-the-janiculum-january-7-2012-and-an-evening-like-so-many-others/

sabato 4 gennaio 2014

PETER RILEY, da The Dance at Mociu, ARNOTA, trad. A. Panciroli


Arnota







Dapprima si arriva al paesino di Bistrita, dove termina la strada asfaltata. Un posto squallido, la strada diventa uno sterrato che volta verso un bar  tra gli alberi e di fronte i cancelli di un grande monastero del diciottesimo secolo ora una scuola per bambini disabili mentali. C'è un bus parcheggiato, degli uomini che siedono in cerchio davanti al bar, bambini che vanno e vengono, la luce del sole si disperde tra gli alberi. Per arrivare ad Arnota ( avendo chiesto) dovete avanzare verso il cancello del monastero e voltare a destra , scendendo dietro le case sullo sterrato e le rocce fino al fiumiciattolo che oltrepassa il paese. Uno  spazio aperto ai piedi della montagna disseminato di rami , erba e parti di tubi di cemento. La pista guada il torrente, e c'è un vecchio segnale stradale : "MINISTIRE" con  una freccia dove gira in un fosso boscoso  ed inizia a salire. Continua così per quattro chilometri. Nei versanti più in basso  lungo la strada  ci sono recinti di legno  sotto gli alberi, case di legno più dietro, gente che cammina, c'è sempre gente che cammina lungo le strade, che porta legna ed acqua, che conduce animali da soma, e ragazzi che ci guardano con sorpresa. Poi più ripidamente  nel fianco della montagna gole e cengie, verso le cave. La pavimentazione della strada diventa a malapena guidabile, con grandi buche e solchi, improvvise zone di soffice terreno sabbioso che devono essere affrontate con un certa velocità, i tornanti si susseguono uno dopo l'altro arrampicandosi sul fianco della montagna. per due volte superiamo la curva ed incontriamo mezzi di trasporto che scendono, camion carichi di persone, che avanzano lentamente  verso il paese, perché è già pomeriggio inoltrato.

La pista, e la guida non ne fa cenno, porta dritti nel sito della cava, con una sbarra bianco/rossa a sbarrare la strada. Dalla porta di una baracca di mattoni sbuca un uomo, io grido " Mànastire!" e la barriera viene alzata, con un sorriso. Procediamo in un enorme parcheggio per camion, e ci fermiamo, confusi. L'addetto alla sbarra ci è venuto dietro e ci sta gridando in romeno di girare a sinistra , agitando il braccio sinistro. Alla fine il messaggio ci arriva e individuiamo una ulteriore pista che esce dal lato sinistro del posto, è per davvero una cava enorme, mostruosa. E la pista è più ripida che mai, avanziamo lentamente in prima ridotta su una superficie molto irregolare con pezzi di fondo roccioso esposti, tre ulteriori ripidi tornanti, per arrivare vicino alla vetta della montagna presso una recinzione metallica, con un cancello, con agganciato un vecchio segnale per il monastero. Ci fermiamo, usciamo, e ci guardiamo intorno. La cava si estende sotto di noi, metà di quel lato della montagna scavato, trattori cingolati  si muovono lentamente molto al di sotto. Ma siamo saliti oltre  e l'area della vetta stessa è sufficientemente selvaggia al di là del perimetro del recinto, brulli declivi rocciosi  con folti cespugli  e piccole querce, e fiorellini che spuntano da sfasciumi di rocce rosse, perché è primavera. Il cancello è aperto, lo oltrepassiamo e continuiamo fino ad un parcheggio presso le mura del monastero.




Un monastero abbastanza piccolo, giusto delle mura perimetrali ed un chiesa al centro. Si cammina attraverso il portone e si arriva alla chiesa in mezzo al prato circondato dalle mura. Accanto al portone e di fronte ci sono alloggi nelle mura, ma il resto del perimetro è vuoto. Infatti è così, gli spazi abitabili sono costruiti contro le mura e ne fanno parte, con balconate e finestre che si affacciano all'interno dello spazio recintato. Chiunque viva qui mangia e dorme entro le mura. Una chiesa bianca,stile romanico del 17° secolo. Ci chiniamo per entrare ed è buio, le iconostasi e gli arazzi che brillano appena, figure dipinte sulle pareti, il pavimento ricoperto di tappeti...un vecchio monaco seduto su di una sedia, che non si intromette.






Sventola il permesso di fotografare. Siede e ci guarda, nel caso, per esempio, potessimo cercare di entrare nel santuario.Osserviamo attentamente, i santi dipinti su ogni lato, le icone d'argento, le paradisiache narrazioni incastonate sulla volta annerita, usciamo. Notiamo il portico affrescato e la porta intagliata, e ce ne andiamo in giro per il complesso passeggiando. C'è una zona dove si coltiva verdura sul lato ovest della chiesa, ed una mucca dietro uno steccato di legno. In vari punti pollame indisciplinato. Ad est , dietro l'abside un filo per stendere teso dalla chiesa alla cassetta delle lettere, appesi pochi capi  di biancheria monacale e calzini. Ci sono due gattini che si rincorrono vicino al cancello . Non c'è alcun qualsivoglia segno di un secondo abitante . Fa abbastanza caldo nel tardo pomeriggio, i rumori della cava sono lontani, un vento regolare soffia per tutto il complesso,facendo muovere appena gli alberi fuori.

Dove siamo ora, e come può esistere questo luogo? Il monaco esce e guarda la sua mucca. Non sembra un monaco e tuttavia lo è, vecchio ed un po' curvo, ed indossa un cappello di feltro nero ed un vestito marrone. Non è interessato ai visitatori, ma non ha nulla contro di loro. Si muove lentamente fino al cancello e si ferma accanto ad un piccolo mucchio di tronchi.

E che dire della notte, che dire delle profondità dell'inverno? Chi o cosa arriva sin qui allora? Tra la neve e le bufere ed il buio, gli alberi ghiacciati e spogli nel vento, per vivere tra le mura con una scorta per tre mesi di cibo e combustibile- da soli? è giusto?- una chiesa un guardiano una mucca? Una scrupolosa disciplina giornaliera, standosene soli nella chiesa sulla vetta della montagna con una candela leggendo gli affreschi, pregando. Chi sono allora i visitatori? - volpi, preoccupati novizi che arrivano a piedi da Bistrita,  poiane, orsi? E gli orsi passeggiano lentamente nel mezzo della notte e annusano il cancello chiuso?

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Potete trovare il testo originale qui http://www.shearsman.com/archive/samples/2003/rileyDaMspl.pdf, pagg 17 e segg.


giovedì 26 dicembre 2013

PETER RILEY, The BBC at Lunca Ilvei, from CARPATHIAN PIECES, trad. A.Panciroli






La BBC a Lunca Ilvei

Una troupe della BBC con un famoso presentatore venne spedita in Transilvania per realizzare un programma da mettersi  in onda ad Halloween, ponendo l'accento sul raccapricciante: fantasmi, vampiri, lupi,etc. Per cosa altro sarebbero dovuti venire?  Per cosa altro qualcuno avrebbe dovuto interessarsi alla Transilvania? Arrivarono a Lunca Ilvei e  quattro di loro furono ospitati in una specie di ostello in fondo al paese. Sapevano bene quel che volevano.

  Volevano immediatamente una riunione con un bel falò. Non avevano tempo da perdere, doveva essere stanotte.Venne organizzato nei campi appena dietro le stalle.  Nel pomeriggio venne messa insieme una grande pira e vennero avvisati una ventina di paesani e noi. C'era necessità anche dei due musicisti del villaggio - fisarmonica e violino. Questi erano piccoli proprietari che suonavano  in zona per hobby o per un piccolo reddito extra, ed il loro repertorio era una selezione di pezzi da tutta la nazione. Il fisarmonicista era abbastanza bravo, il violinistista  era piuttosto incapace, ma il suonatore di fisarmonica suonò gran parte della musica.

  Quando fu buio venne acceso il fuoco ed il cast fu riunito su un argine erboso di fronte, sedendo a terra o in piedi, in un piccolo arco, che con un attento controllo della telecamera poteva rappresentare un intero cerchio di contadini intorno al fuoco. Il terreno era umido e  piuttosto fangoso, ed era sta posizionata una striscia di plastica per sedersi, speriamo non troppo evidente sullo schermo. Al centro dell'arco sedeva il presentatore, un Irlandese, mentre intervistava Julian, illuminato dal bagliore del fuoco. La BBC aveva fornito due casse di birra per tutti quanti, il che fu molto apprezzato,e sopratutto per questo, penso, l'atmosfera generale era serena, a dispetto della falsità della situazione e dei relativi  disagi.

  Perché a meno di non stare nel diretto raggio d'azione del fuoco faceva abbastanza freddo ed ogni tanto pioveva un po'. Anche sedere sulla plastica per terra non era troppo facile e c'era una tendenza a scivolare lentamente a valle. Ma l'atmosfera generale era ancora serena; la gente parlava, tracannava birra, ed i musicisti suonavano, qualcuno cantava e l'intervista continuò.

  Julian è un buon narratore. Racconti di orsi e di lupi. Di quando una volta trovò un orso sul suo albero di mele. E di quell'inverno che i lupi scesero dalle montagne fin nelle strade del paese e di quando a volte li sente ululare nella notte. Il presentatore ovviamente non era  molto contento e le cose migliorarono quando lo Julian stesso iniziò a portare il discorso da una cosa all'altra, sotto la spinta illuminante della "zuica"* che stava bevendo. C' era anche una influenza reciproca con i paesani,  battute e scherzi in romeno che potrebbero aver detto nulla di ciò che la BBC sapeva ma che il gruppo pensava fossero molto spiritosi. In particolare c'era tra di noi una ragazza adolescente, un membro del casuale staff casalingo di Julian, la quale  era apparentemente molto sensibile all'argomento "ragazzi", ed a cui  Julian lanciava suggestivi commenti che ricevevano da lei stridule risposte e il tutto andò molto bene alla folla lì riunita.

  Il problema era, che qualunque cosa si dicesse o facesse, il presentatore o il produttore gridavano immediatamente, "Rifallo, ridillo", includendo tutti i casuali scambi di battute in romeno.  Tutto doveva essere ripetuto, una seconda o terza volta per un miglior angolo di ripresa o di presa del suono. Naturalmente  non era mai buona la seconda volta, e molto meno divertente per i paesani, e questa moltiplicazione per due rese il tutto assai noioso. E ci furono altri problemi, come domande molto stupide cui Julian dovette comunque dare una risposta e cercare inoltre di rendere di nuovo interessante la conversazione. Anche il cameraman aveva i suoi bei problemi. Era evidentemente molto bravo nel suo lavoro,  destreggiandosi bravamente con una camera a mano, ma aveva incautamente mangiato senza freni da quando era arrivato ed ora soffriva di un grave attacco di diarrea. Così  il cameraman interrompeva continuamente l'azione consegnando la telecamera a quello più vicino dell troupe BBC ( tienila solo un minuto, ti va?) e scomparendo dopo nella oscurità, indirizzato a voce alta da Giuliano verso un boschetto sul retro del campo.



Hotel Castle Dracula




  Ci volle un bel po' di tempo. Come Dio volle quelli della BBC si guardarono l'un altro e dissero," Siamo a posto, abbiamo filmato abbastanza." Si riunirono, e se ne andarono, scortati fino alle auto e agli autisti in attesa, per fortuna penso perchè il cameraman non era l'unico ad essersi ammalato e tutti quanti sembravano stanchi, inoltre dovevano alzarsi presto la mattina seguente per una passeggiata a cavallo attraverso la foresta fino al Castello di Dracula, in realtà un albergo degli anni 80 così recentemente rinominato distante circa 20 chilometri.

  Ma i musicisti suonavano ancora , così rimasero tutti. E suonarono alcuni brani molto popolari  che molti conoscevano e cantavano, e iniziarono le danze. Era più freddo, era più buio e c'era una certa pioggerellina, cui nessuno fece attenzione. Il fuoco era un cumulo di braci ardenti ora ed intorno ad esso danzarono sul fango, per quasi un'ora. Coppie volteggianti, sul fango. Fu di gran lunga la parte più bella della serata.

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* Specie di grappa fatta in casa ad alto tenore alcolico