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sabato 10 febbraio 2018

Peter Riley, SZÁSZCSÁVÁS: THE OLDER STRATUM, trad. Alessandro Panciroli





SZÁSZCSÁVÁS: THE OLDER STRATUM



Needing new shoes and remembering everything.
The voice shaking but true, treading across the pain.

 I’m going to where no one knows me. The strangers,
and the sky with its stars. Don’t weep, little mother,
I’ll buy you a red scarf with polka-dots.

 At night there is nothing, silence of the earth,
impenetrable darkness of the eye, that cannot see
a human face turned up to it or tell the difference
between a turnip and the head of a child with nothing.

 I have nothing, I earn nothing, but I have a good time.
I remember only one thing: an oak root under my foot.

 And when they arrived, in the early morning,
the star was hidden. The beautiful shining star.

 You should see this place in the spring.








Mi servono delle nuove scarpe ed ogni cosa ricordo
trema la voce  ma è vera,  attraversando il dolore.

Andrò dove nessuno mi conosce. Gli sconosciuti
ed il cielo stellato. Non piangere, piccola madre.
ti comprerò una sciarpa a pois rossi.

Di notte non c'è nulla, il silenzio della terra,
l' impenetrabile oscurità dell' occhio, che non può vedere
un volto umano che lo fissa  né  può neppure spiegarti
la differenza che passa tra una rapa e la testa di un bambino.

Non ho nulla, non guadagno nulla, però  sono contento.
Solo una cosa ricordo: un ceppo di quercia sotto i  piedi.

E quando arrivarono, di primo mattino,
invisibile era la stella. La bella stella splendente.

Dovresti vedere questo posto a primavera





martedì 1 dicembre 2015

NICHOLAS MOORE, THE ORANGE BED, Obstinate in the dark new lovers quote...






Ostinati nel buio i nuovi amanti  raccontano
vecchi adagi al chiaro di luna. Dentro al letto,
arancione, si riflette l'arancione del sole.


Fuori, con la testa fra le nuvole, Detective Fax
a grandi passi cammina in vista della luna come
                                               un fantasma che sen va
senza pari più velocemente dopo i suoi compagni.


Gli amanti si fermano  nel loro palcoscenico buio
Il letto arancione stringe nel suo caldo abbraccio
un corpo brillante vestito in arancione


dell'immaginazione. Il viso del detective
mostra uno sorriso smorto.. Si ferma, prende un appunto,
lecca la matita, si gratta la testa,


pensa ai criminali quasi con amore.
E con amore  anche Miss Ollipester pensa
ai criminali e ai loro crimini, e con disgusto


ascolta  come gli amanti sospirano per quel che hanno fatto
e scivolano via con fretta  assai peggiore,
lasciandola nella sua improbabile vita


a vedere la morte sparare nettamente dalla porta,
Detective Fax continua come prima,
gli appunti in mano, e niente più soli arancione.






Per problemi di copyright non pubblichiamo i testi originali , comunque facilmente reperibili in  http://www.aprileye.co.uk/TheOrangeBed.pdf


venerdì 27 novembre 2015

NICHOLAS MOORE, THE ORANGE BED, More orange than the winter sun, trad.A:Panciroli






Più arancione del sole invernale
 e più  fantasiosa della luna,
 Miss Ollipester nel suo letto arancione,
drappeggiata in una camicia da notte arancione,
                                       passa il tempo a sognare
i giorni dell'omicidio arancione, e si gode
un destino peggiore della morte.
Sente là fuori ragazze e ragazzi
sussurrare nella notte ghiacciata, e si lamenta;
un tempo in una primavera arancione anche lei aveva letto
storie d' amore e aveva fantasticato per settimane intere
di sospiri tormentati.
Ma ora l'arancia sul piatto
parla di isole lontane di un calore più tropicale;
l'età invece ha divertimenti più  sanguinari;
lei se ne sta sdraiata sotto
un confortevole copriletto arancione,
illuminata dal bagliore della lussuria. Il tempo
affila il suo gusto per la morte.







 I testi de The Orange Bed su:

http://www.aprileye.co.uk/TheOrangeBed.pdf

lunedì 23 novembre 2015

NICHOLAS MOORE, THE ORANGE BED, Ouside the errant window..., trad .A Panciroli






Per problemi di copyright non pubblichiamo i testi originali , comunque facilmente reperibili in  http://www.aprileye.co.uk/TheOrangeBed.pdf






Fuori la finestra vagante piange il tasso,
e nel danzante roseto, classiche ninfe
si esibiscono nel loro romantico pas de deux.
Ed un odore  riempie la notte di giacinti,
e sul verde prato camminano rosei piedini,
bagnati dalla rugiada e lavati dalle olmarie;
           Una fila d'alberi di bosso si staglia sul fondo.

Intanto c'è un libro accanto al letto,
una scatola di cioccolatini, ed una mela rossa;
la grassona si stira, lascia il libro a metà ,
e si riempie la mente coi ricordi della gente,
mentre una mano tenera avanza piano verso la scatola
e prende un altro cioccolatino. Le clematidi gentilmente
           sbattono contro le finestre.

Il letto è arancio e la stanza è piena
di profumi; ora  almeno il mondo riprende
le sue forme normali. Lei legge ancora, del noioso
trionfo  dell' omicidio, dei cadaveri nella camera chiusa.
Fuori  si sente un fischio nel buio,
le baruffe e gli schiaffi degli amanti nel parco ,
                  che lei disapprova.

La notte è finita ed il giorno si prolunga
in un altro giorno. Prendendo la pistola
dalla mano rigida, Detective Fax pretende
di aver lasciato il fotoromanzo e la palla di cristallo
                                                               della zingara,
nota la mela sulla poltrona accano al letto,
il libro mai finito, la cioccolata  che aspettta
           una mano che la muova e la rimuova.

Mr.Detecive Fax è magro e annoiato
dall'attesa; porta la mela alla bocca;
ne ha una opinione migliore; prende il libro, che racchiude
uno sciame di crimini, ricorda la sua giovinezza amara;
fuori nel frattempo gli amanti passano ancora,
con altro miele, indifferenti ad ogni dolore,
                      o del crimine tra i loro amori.

I bossi si stagliano come gnomi contro la luna,
duri piccoli alberi dalle forme contorte. Presunto
suicidio,  di una mente malata. E presto
il letto arancione ancora sarà illuminato
dalla luce delle gioie d 'amore; e la morte
dimenticata per sempre, il libro non letto,
                   e la carne sarà i pani ed i pesci.












                                                                     

domenica 11 ottobre 2015

Due prose poetiche di Peter Riley, THE TOWN ALONG THE TIZA , KALOTASZEG


PETER RILEY


1

The towns along the Tiza

O the towns along the Tiza, the flaking walls, ragged squares, Habsburg 
halls and communist concrete eroding in the river wind, people 
wandering the streets or leaning against walls on market day holding 
the one object they’ve got for sale, a model house or a packet of tea...  
A shepherd with staff and cloak stands outside the Hotel Tiza, gypsies 
in orange skirts and wide-rimmed black hats cluster on corners... 
Border towns stuck with closed borders, holes in the roads, buffalo 
carts ignoring the traffic lights, broken bridges over the Tiza / The last 
offices in the west heated by small woodstoves, desks heaped with 
impractical directives, as the first bits of snow descend and everything 
gets dark together. 
 
 
 
 
Oh! Le città lungo il fiume Tisa,  mura che cadono a pezzi, piazze cenciose, i saloni degli Asburgo e il calcestruzzo comunista erosi nel vento del fiume, gente che vaga per le strade o che se ne sta  appoggiata i muri nel giorno di mercato stringendo stretta la sola cosa che hanno da vendere, il modellino di una casa o un pacchetto di tè... Un pastore  con bastone e mantello se ne sta appena fuori dall'Hotel Tiza, zingare dalle gonne arancioni e un gruppo di cappelli neri a larghe tese  agli angoli delle strade... Città di confine  bloccate sui confini chiusi, buche per la strade ,carretti che non rispettano i semafori, ponti rotti sul fiumte Tiza / Gli ultimi uffici dell' ovest riscaldati da piccole stufe a legno,  sulle scrivanie cumuli di pratiche inevase, mentre i primi fiocchi di neve iniziano a cadere ed ogni cosa insieme si rabbuia.
 
 
 

 
 
 
 
  2
 
Kalotaszeg 
 
 
Low hiils carved into terraces,neglectded
now, full of wild grass. Shortage  of
young people to work the land, gone
to building sites in the towns, Thin,
gnarled, elderly men and women,
digging potatoes inthins strips in the
valley bottoms.They give the greeting,
as always, and bilingually.
  
A dip rather than a valley, a long shallow
trough with maize and potatoes growing
in the bottom among fruit trees, and
shepherds watching small herds on
the shoulders. It is so threadbare and
close to bleak that we constantly have
to remind ourselves that this really is
Kalotaszeg, a name meaning to us a
perculiarly rich and sophisticated music,
wuth its immense dignity and negret, its
air of a saddened royalty.

The young people went away , leaving
theri parents to work the fields. Became
migrant workers, drivers of long-distance
lorries,with the same patience, the same
carved gateway into hore, gable-end
elegance, a radiance of grraceful gestures
cut trough necessity. When we reach the
village (Magyarvalkò) all the gable
ends,which face the streets, are decoratedd
with radiating semicircular structures
under the caves, with elegant urn- and 
bird-like figures pierced symmetrically
trough the woodens slats.
 
Cosmic ornament.  The universe
in attendance, round the corner,
pver the hill, out of sight. Signs of
welcome on the gate post. And an
abandoned collective farm with a
row of big agricultural machines
rotting in the sheds, completely
unsuitable for use in this kind of
terrain. And somewhere, the universe 
in attendance, geese sittin round the
village pump, the woman striding up
 the hill twice daily to wind up the
church clock, the old couples waiting
fot their children to retun.
 
Like the sun and the snow, turning
around each other. 
 
 
 
 
 
Le basse colline coltivate a terrazzamenti, ormai 
trascurati, invasi dalle erbacce. La mancanza di
giovani per lavorare la terra, andati a
a lavorare nei cantieri delle città. Uomini
e donne,magri, contorti, anziani
che coltivano patate in strette strisce 
di terra sul fondovalle. Ti salutano, come
sempre, e in due lingue.
Un avvallamento piuttosto che una valle, un lungo
solco poco profondo , dove crescono granturco e patate
nel fondo tra gli alberi da frutta, e pastori
che custodiscono  piccoli greggi sui bordi.
E' talmente tutto consumato e quasi tetro
che dobbiamo costantemente ricordare a noi stessi
che questa è veramente Kalotaszeg, un nome che per noi
significa una musica particolarmente ricca e sofisticata,
con la sua immensa dignità e rimorso, la sua
aria come di nobiltà amareggiata.

I giovani se ne sono andati, lasciando
i genitori a lavorare nei campi. Divenuti
lavoratori emigranti, autisti di camion su lunghe
distanze, con la stessa pazienza, la stessa strada
scolpita nella speranza, l'eleganza di un fastigio,
uno splendore di gesti aggraziati tagliati attraverso la necessità
Quando raggiungiamo il paese ( Magyarvalkò)
tutti i fastigi, che danno sulla strada, sono decorati
con strutture semicircolari a raggi sotto le grondaie,
con vasi eleganti e figure dalle forme di uccelli
forati simmetricamente attraverso le assi di legno.

Ornamento cosmico. L' universo
presente, dietro l'angolo
sopra la collina, fuori vista. Cartelli di
benvenuto sulle colonne dei cancelli. E una
fattoria collettiva abbandonata con
una fila di grandi macchine agricole in disfacimento
nei capannoni, del tutto inadeguate per l'uso
in questo tipo di terreno. E da qualche parte,
l'universo presente, le oche appollaiate intorno
alla pompa  del paese, la donna che
cammina a grandi passi sulla collina due volte
al giorno per caricare l'orologio della chiesa,
la coppia di vecchi che attende il ritorno dei figli.

Come il sole e la neve, che girano
uno appresso l'altro.

 
 
 



 
 
 
 
 
 
 

domenica 4 ottobre 2015

PETER RILEY, S.CECILIA IN TRASTEVERE



                    PETER RILEY, S.CECILIA IN TRASTEVERE




Stefano Maderno / Santa Cecilia ,1600, Altare della Confessione,
Basilica di Santa Cecilia, Roma



What moves between bright thoughts and finished body?
Music’s Idea turns in the clouds and she
Lies on the floor, denied her time, face
Turned away so as not to view her own pain...

What moves between is all we live, heavy
And light banked in winged tiers, that we
Carve our eyes through day to day, kiss
The bed and back to the devastating sight again...

I believe in a centre to the wasted life
That is carried before the world and holds love
Through distance and strife to the end of a
Perfect reconciliation however many times
Occluded in failed responses finally standing
Whole and obvious, like an orchard in the rain.






sabato 3 ottobre 2015

Peter Riley , THE DAWN CROWS OF CLUJ, from THE DANCE AT MOCIU, trad. Alessandro Panciroli


The Dawn Crows of Cluj

  We were staying at the Hotel Melody, on the corner of the main square of Cluj. I woke up very early in the morning, went to the window, drew aside the curtain and looked out. The first yellowish light of a clear sky was in place over the square, turning pink towards the ground, and a migration of crows was in progress..







  Alloggiavamo all'Hotel Melody, all'angolo della piazza principale di Cluj. Mi ero svegliato molto presto al mattino, ero andato alla finestra, tirato le tende e guardato fuori. La prima luce giallastra di un cielo sereno si stagliava su tutta la piazza, e diventava quasi rosa verso il basso, e si iniziava una migrazione di corvi . Erano ovunque, a migliaia, riempivano l'aria, posati su qualsiasi cosa fosse in vista. C'erano lunghe loro file sulle sommità dei tetti,  erano posati  sulle banderuole, si affollavano sulla guglia della Cattedrale, si arrampicavano sulle sue protuberanze, svolazzavano via di nuovo.
 
Stavano sulle statue, sopra le auto, su ogni punto elevato ma mai molto a lungo, e per tutto il tempo un movimento ribollente di corvi in volo tra e sopra i palazzi, in tutte le direzioni ma sopratutto verso  ovest, dove mi trovavo io. Le file  sulle sommità dei tetti cambiavano continuamente, i loro membri volavano via e venivano sostituiti dai nuovi venuti, si facevano avanti, volavano via, venivano e se ne andavano. Una grande fiumana di corvi  si riversava proprio sopra di me, e l'aria era piena dei loro richiami, da tutti i lati, vicino e lontano.

L' architettura, sopratutto  al livello dei tetti, è ancora per la maggior parte in stile " Barocco Asburgico", con tetti precipitosamente spioventi, balaustre ornamentali, torrette per ogni dove. I corvi dipinsero questa scena nel lontano passato: cielo e terra, città e campagna, Vecchia Europa. Non solo ma anche Europa: i corvi Britannici non migrano. Per una migrazione è necessario un continente.

 Uno stato di esaltazione con un cuore nero al centro, il fiume di corvi si riversava sopra l'albergo come qualcuno che faccia un brindisi durante un banchetto funebre, grandi estensioni di terra che si allargano su tutti i lati ,pianure montagne fiumi foreste, abitate orgogliosamente ed instabilmente, un grande onore e una grande paura, Monarchia solitaria nelle campagne. I richiami degli uccelli risuonano all'alba in piccoli e miseri villaggi sulla strada principale, quando i primi autocarri partono per Vienna.

giovedì 1 ottobre 2015

Da GREEEK PASSAGES di Peter Riley, Argolide 2003, Trad: A. Panciroli



The narrow shore behind Lerna, barely room to walk between the sea and the tall fences of the orange groves / Cloudy day on the stones / and suffering shall cease / and we all return to a pre-Aurignacian repletion / end all this / advance, torment. // There is no path, it ends / squeezed between land and sea / a dark town across the bay / clumps of giant fennel, used in ancient times for carrying fire, the pith inflammable and long burning, we trust it and it / ends and we turn back, one by one it ends. / Roy Fisher hears me, up in the northern hills / and turns to pat / the dog that died


La spiaggia di Lerna (Grecia)



 La stretta spiaggia dietro Lerna, spazio a malapena per camminare tra il mare e gli alti recinti degli aranceti /   Un giorno nuvoloso sugli scogli / ed il dolore avrà fine / e tutti noi torneremo ad una sazietà pre- Aurignaziana / la fine di tutto questo / progresso, tormento.// Non c'è sentiero, qui infatti termina, stretto tra terra e mare / una città oscura oltre la baia / cespugli di finocchio gigante, usati nei tempi antichi per trasportare il fuoco,  per il succo  infiammabile e che brucia a lungo, noi ci  crediamo e / qui finisce  e torniamo indietro, uno alla volta qui termina. /  Roy Fisher mi sente, in alto sulle colline a nord / e si volta per accarezzare / il cane che è morto.




mercoledì 30 settembre 2015

PETER RILEY " I am a Poet", from CARPATHIAN PIECES, trad. A.Panciroli


 Con la riproposizione di " I AM A POET", da CARPATHIAN PIECES vogliamo dedicare  questa
 prima settimana di ottobre al poeta e scrittore inglese Peter Riley.


Peter Riley




I AM A POET



  Risiedevamo a Szàrhegy, nei pressi di Gheorgheni, nella casa di una coppia di pensionati ungheresi che ci colmavano di attenzioni nel modo più piacevole, completamente dominati dagli impulsi di "ospitalità contadina", sebbene vivessero in una cittadina ora solo in parte rurale. Lui era un direttore dei lavori in pensione, in attesa della pensione statale che doveva ancora arrivare da tre anni. Nella loro cucina-salotto ci veniva servita una splendida cena con un delizioso rosè demi-sec fatto in casa, e dopo  ce ne uscivamo per una passeggiata tra le strade del paese.
  La strada dove abitavano: lunga, dritta, non asfaltata ma uniformemente livellata, le altre strade la tagliavano perpendicolarmente, come una griglia. Le case tutte ad un solo piano,  tutte abbastanza simili, si ergevano tra gli orti  con alberi da frutto e pozzi, le recinzioni in legno tutt' intorno. Tutte decorate individualmente, molte anche con i tubi delle grondaie con inserti floreali in metallo -  tutte più o meno simili l'una all'altra.


 Alla fine della loro strada girammo per una strada appena più importante  che portava verso il centro città. Superammo sulla destra uno di quei palazzi lunghi e bassi che avevamo già visto in altri posti, probabilmente reliquie del comunismo,  di cui sembra che ci sia qualche difficoltà a trovare un nuovo uso. Una fila di finestre piuttosto piccole ed oblunghe in uno sporco muro bianco lungo la strada, porte ad ogni estremità, e nessun segno di vita alle finestre. Ma l'ultima finestra con la sua porta, quella qualcuno era riuscito a trasformarla in un bar: il muro bianco riverniciato di fresco e più luminoso per gli ultimi dieci metri, le luci accese,  fuori sul marciapiede un paio di tavoli  con qualche sedia, pochi uomini seduti. Era stata una giornata afosa e faceva ancora caldo nella fievole luce di un pallido cielo privo di nuvole.



Come ci passammo  davanti, un uomo si alzò dai tavoli, attraversò la strada e ci venne incontro. Era basso, sui quaranta, con dei baffi spioventi, folti capelli lunghi sino alle orecchie, e soprattutto due grandi occhi tristi sotto le folte sopracciglia. Mi afferrò la mano e continuò a stringerla delicatamente, dapprima non dicendo nulla, forse indeciso su che lingua usare. Poi, ancora stringendomi stretta la mano tra le sue ma senza nessuna pressione, disse in rumeno, " Sono un poeta. Ma l'alcool mi ha distrutto il cervello." Ed i suoi grandi occhi  addolorati guardarono fisso nei miei mentre noi annuivamo con comprensione e aspettavamo ciò che sarebbe accaduto dopo. Rimase così ancora un po', poi senza fare altro mi lasciò andare la mano e ritornò al bar dall'altra parte della strada.





About the author


Peter Riley was born in 1940 near Manchester in an environment of working people and entered higher education through post-war socialistic education policies. He studied at the universities of Cambridge and Keele and taught for a few years at the University of Odense Denmark. He was involved in the 1960s in a loose association of Cambridge poets seeking new ways of writing through verbally centred approaches, and edited its organ, The English Intelligencer. Since 1975 he has lived as a freelance writer, teacher and bookseller until he retired from everything in 2005. He lived for ten years in the Peak District of central England, then in Cambridge from 1985, where he ran a small press and collaborated in organising international poetry events. Some of his recent writings have resulted from his travels, principally to Transylvania in search of music. In March 2013 he moved to Hebden Bridge, West Yorkshire.

He is the author of some twenty books and pamphlets, mostly of poetry but including one of travel sketches in Transylvania. Most of his poetry is concerned with being at particular places on the earth. He reviews poetry regularly for the website FORTNIGHTLY REVIEW and his own website is here April Eye.







lunedì 12 gennaio 2015

Nicholas Moore, Touched by Poetic Genius, da HYPERALLERIGIC.COM



Esce su hyperallergic.com un interessante articolo sul  "nostro" Nicholas Moore; è appena uscita infatti , dopo moltissimi anni, una raccolta di poesie di questo bravo poeta ingiustamente dimenticato:


Nicholas Moore: Selected Poems Paperback – November 25, 2014
by Nicholas Moore (Author), John Lucas (Editor), Matthew Welton (Editor)




 Curiosamente la foto di Nicholas Moore in copertina, come potete notare, è quella , fornitaci da Peter Riley, che contraddistingue sul nostro blog la traduzione de how-to-translate-private-ennui-into-public-spleen dello stesso Moore!!












domenica 6 luglio 2014

THE BRANCUSI MONUMENTS AT TIRGU JIU, By Peter Riley, ( THE DANCE at MOCIU) ,trad. A.Panciroli



I MONUMENTI DI BRANCUSI A TIRGU JIU





Constantin Brancusi / Self Portrait


Tutte le guide turistiche lo dicono, questo è tutto quello che la città può offrire. Tutto quello che ha, glielo ha donato Brancusi: un arco di pietra, un viale, un tavolo di pietra con dieci sedili intorno dal'altra parte della città, una colona d'acciaio  alta e slanciata.

Un arco di calcare quadrato attraverso il quale si entra in un viale ricavato tra gli alberi del parco cittadino, con panchine in pietra poste a delimitarne i margini, viale che conduce ,sul lato più lontano del parco, ad un  tavolo di pietra circolare, il Tavolo del Silenzio, con intorno dieci sedili simili, appena prima di un argine erboso. Risalendo l'argine si trova il fiume, assai ampio qui, qualche fabbrica e qualche palazzo in lontananza sulla riva opposta.Volgendosi e guardando indietro il viale  verso l'arco vi troverete rivolti verso la Colonna Senza Fine, dall'altra parte della città, ma non riuscirete a vederla.

L'arco (come la colona) è una costruzione di disegni. Linee verticali che girano come  a drappeggiare su cerchi verticalmente divisi in due  e  descrivono  un'armonia platonica proposta come il fondamento di una nuova struttura pubblica, alla fine della guerra.  La colonna, che tu la veda o che tu la  conosca, al di là dei palazzi sull'altro lato della linea ferroviaria, è un segno di appartenenza definitiva,  la croce del "qui" che arriva sino al cielo. Se non la conosci, o non riesci a vederla, non sarai in sintonia con la città.




Io sono veramente soddisfatto della città.

Risiedevamo  in un mostruoso albergo in cemento appartenuto al Partito pieno di spazi  inutilizzati e scale buie. A sera uscivamo dall'hotel  spinti dalla fame,  per vagare nel grande spazio centrale della città cercando inutilmente un posto dove mangiare  ( nessuno può permettersi di mangiare fuori nelle città romene), e ammiravamo tuttavia il grande spazio pubblico privo di traffico con la gente che passeggia e ragazzini in bicicletta, come se una moderata povertà favorisca la calma e la sicurezza.
Poi vedevamo un paio di coffee bar prossimi alla chiusura, un fornitissimo negozio di alimentari, ci compravamo in una piccola bottega una bottiglia di vino rosso dolce e trovavamo alla fine una piccola pizzeria di fronte all'albergo, amichevole e lenta. E ho dovuto ammettere che qui ero un ricco, quando in patria non potevo permettermi niente. Ed essere ricco con niente da poter comprare mi ha rimesso al mio posto.

E tornavamo ad aprire la finestra al secondo piano per guardare fuori mentre sorgeva l'oscurità  tra gli edifici sotto di noi, che sembravano scarsamente abitati se non del tutto vuoti,i  giardini trascurati, i corvi sulle cime degli alberi sopra le strutture di Brancusi che facevano un fracasso del diavolo.

La mattina seguente la terza battaglia per farci comprendere  colazione produsse  infine una ...salsiccia.
Sedevamo a tavola su di un lato di una tetra, buia, inutilizzata sala da ballo con un bar assai sfornito, un televisore a tutto volume come sempre ed un palco vuoto in cui faceva mostra di sè un tappeto. Tutti  le altre persone  erano di sesso maschile e assomigliavano a lavoratori  immigrati. Sulla parete marrone, dietro a dove l'ultima band aveva suonato, erano rimaste incollate delle stelle di carta argentata , piuttosto lacere adesso, e sembrava come se qualcuno le avesse tagliate con le forbici da un incarto della cioccolata.

Ma quella splendente luce del mattino che rende un bel luogo ogni misera città,  ci rimise in sesto. L' Arco dell Abbraccio, di nuovo il viale, il tavolo di pietra vuoto e silenzioso come  se stesse aspettando per settanta anni l' incontro che risolverà tutte le nostre divergenze. Seguiamo le istruzioni di Brancusi e camminiamo lungo il viale fino a passare sotto l'arco e poi dritti attraverso la città: oltre l'albergo,  attraverso la piazza della cittadina ed i suoi negozi mezzi vuoti in un distratto movimento mattutino; poi una strada di palazzi di  non meglio specificate istituzioni, fino a deviare sull'altro lato di una sgraziata chiesa del 19° secolo, a di nuovo dritti attraverso i piccoli sobborghi del centro, un pò di case rurali, ed infine attraversiamo la ferrovia dove la strada finisce nell'altro parco, l'altro spazio. E lì, di fronte a noi, mezzo chilometro di erba alta, la colonna.




La colonna è racchiusa da una impalcatura. Un campo di baracche temporanee e grandi roulotte delimitati in una barriera d'acciaio si stendeva ai suoi piedi. Osservare attraverso l'impalcatura permette di vedere che la colonna è completamente impacchettata, ed è invisibile. Un avviso multilingue spiega che la colonna deve essere restaurata poiché stata attaccata dalla ruggine. L'impresa di restauro ha sede a Parigi e gode di finanziamenti internazionali da parte dell' Europa occidentale. Un messaggio da posti dove siamo sempre in cerca di ragioni per spendere denaro.

E cosa accade agli schemi di Brancusi, ai suoi interventi allegorici, quando non hai in mano nessuna delle sue affermazioni o nessuna delle  analisi artistiche mondiali ma te ne stai in una abbastanza desolata città romena avvolta nei suoi imperscrutabili affari in una mite mattina con queste forme e queste linee di fronte ai tuoi occhi, che non sono così differenti dopo tutto dalla maggior parte delle forme e delle linee che possiamo vedere in tutto il mondo, nei parchi di piccoli paesi, negli alberi..(omissis).sempre che tu possa vederle?

... Ma cosa vedi, quella particolare linea curva che taglia in due quel cerchio che si ingrandisce in maniera unica nel travertino color panna lucido come la lucentezza della pelle umana... diagrammi di affetto che prendono il posto dei trionfi di un arco militare, una nuova fondazione dello stato... Io penso che queste semplici forme ci convincono che ciò che condividiamo in generale è il vero fondamento di quel che siamo.

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Il restauro della Colonna senza Fine ( In Inglese)

Peter Riley sul blog riley-dawn-crows-of-cluj
                         
                            KALOTASGEZ

                            OCNA SPA

                            i-am-poet-from-carpathian

                         

sabato 31 maggio 2014

Peter Riley , THE DAWN CROWS OF CLUJ, from THE DANCE AT MOCIU, trad. Alessandro Panciroli


The Dawn Crows of Cluj

  We were staying at the Hotel Melody, on the corner of the main square of Cluj. I woke up very early in the morning, went to the window, drew aside the curtain and looked out. The first yellowish light of a clear sky was in place over the square, turning pink towards the ground, and a migration of crows was in progress....





Hotel Melody, Cluj




  Alloggiavamo all'Hotel Melody, all'angolo della piazza principale di Cluj. Mi ero svegliato molto presto al mattino, ero andato alla finestra,tirato le tende e guardato fuori. La prima luce giallastra di un cielo sereno si stagliava su tutta la piazza, e diventava quasi rosa verso il basso, e si iniziava una migrazione di corvi . Erano ovunque, a migliaia, riempivano l'aria, posati su qualsiasi cosa fosse in vista. C'erano lunghe loro file sulle sommità dei tetti,  erano posati  sulle banderuole, si affollavano sulla guglia della Cattedrale, si arrampicavano sulle sue protuberanze e svolazzavano via di nuovo.
Stavano sulle statue, sopra le auto, su ogni punto elevato ma mai molto a lungo, e per tutto il tempo un movimento ribollente di corvi in volo tra e sopra i palazzi, in tutte le direzioni ma sopratutto verso  ovest, dome mi trovavo io. Le file  sulle sommità dei tetti cambiavano continuamente, i loro membri volavano via e venivano sostituiti dai nuovi venuti, si facevano avanti, volavano via, venivano e se ne andavano. Una grande fiumana di corvi  si riversava proprio sopra di me, e l'aria era piena dei loro richiami, da tutti i lati, vicino e lontano.


L' architettura, sopratutto  al livello dei tetti, è ancora per la maggior parte in stile " Barocco Asburgico", con tetti precipitosamente spioventi, balaustre ornamentali, torrette per ogni dove. I corvi dipinsero questa scena nel lontano passato: cielo e terra, città e campagna, Vecchia Europa. Non solo ma anche Europa: i corvi Britannici non migrano. Per una migrazione è necessario un continente.



Uno stato di esaltazione con un cuore nero al centro, il fiume di corvi si riversava sopra l'albergo come qualcuno che faccia un brindisi durante un banchetto funebre, grandi estensioni di terra che si allargano su tutti i lati ,pianure montagne fiumi foreste, abitate orgogliosamente ed instabilmente, un grande onore e una grande paura, Monarchia solitaria nelle campagne. I richiami degli uccelli risuonano all'alba in piccoli e miseri villaggi sulla strada principale, quando i primi autocarri partono per Vienna.







sabato 19 aprile 2014

da The Dance at Mociu, di Peter Riley, " KALOTASZEG", trad A. Panciroli







Le basse colline incise da terrazzamenti, ormai 
trascurati, invasi dalle erbacce. La mancanza di
giovani per lavorare la terra, andati a
a lavorare nei cantieri delle città. Uomini
e donne,magri, contorti, anziani
che coltivano patate in strette strisce 
di terra sul fondovalle. Ti salutano, come
sempre, e in due lingue.

Un avvallamento piuttosto che una valle, un lungo
solco poco profondo , dove crescono granturco e patate
nel fondo tra gli alberi da frutta, e pastori
che custodiscono  piccoli greggi sui bordi.
E' talmente tutto consumato e quasi tetro
che dobbiamo costantemente ricordare a noi stessi
che questo è veramente Kalotaszeg, un nome che per noi
significa una musica particolarmente ricca e sofisticata,
con la sua immensa dignità e rimorso, la sua
aria come di nobiltà amareggiata.

I giovani se ne sono andati, lasciando
i genitori a lavorare nei campi. Divenuti
lavoratori emigranti, autisti di camion su lunghe
distanze, con la stessa pazienza, la stessa strada
scolpita nella speranza, l'eleganza di un fastigio,
la radiosità di gesti aggraziati tagliati attraverso la necessità
Quando raggiungiamo il paese ( Magyarvalkò)
tutti i fastigi, che danno sulla strada, sono decorati
con strutture semicircolari a raggi sotto le grondaie,
con vasi eleganti e figure dalle forme di uccelli
forati simmetricamente attraverso le assi di legno.

Ornamento cosmico. L' universo
in attesa, dietro l'angolo
sopra la collina, fuori vista. Cartelli di
benvenuto sulla colonne dei cancelli. E una
fattoria collettiva abbandonata con
una fila di grandi macchine agricole in disfacimento
in un capanno, del tutto inadeguate per l'uso
in questo tipo di terreno. E da qualche parte,
l'universo in attesa, le oche appollaiate intorno
al distributore del paese, la donna che
cammina a grandi passi sulla collina due volte
al giorno per caricare l'orologio della chiesa,
la coppia di vecchi che attende il ritorno dei figli.

Come il sole e la neve, che girano
uno appresso l'altro.



lunedì 31 marzo 2014

OCNA SPA, da THE DANCE at MOCIU, di Peter Riley, trad. A. Panciroli












C'è una SPA a Ocna Sugatag. Lontano da alcuni costruzioni recentemente abbandonate - poche capanne e pozze etichettate come SPA, etc. sul limitare dei laghi salati, che sono tutto quel che resta delle vecchie miniere di sale al di sotto della città, - essa consiste di un albergo e di un centro sportivo con piscina sulla principale strada diretta a nord. Ocna non è più  che un paese a cavallo di due strade; al massimo una strada parallela ad ogni lato della strada principale che corre da nord a sud. La maggior parte delle abitazioni è chiaramente rurale; forni per il pane nel cortile, qualche animale, etc. Ma la piazza centrale è piuttosto larga con costruzione cittadine relativamente moderne, eleganti per gli standard locali, e una chiesa in pietra al centro. Era una istituzione ungherese per le miniere  e per questo non diventò un villaggio di legno raggruppato come quelli che la circondano, ed è tuttora  il centro amministrativo della mini regione.



Quindi l'albergo e la SPA rimangono sulla strada principale verso nord. L'attrazione utilizzabile per i visitatori che stazionano lì attorno è il bar, che si trova in una dependance dell'hotel al primo piano,  e domina la piscina  dalla sua grande veranda.

Raramente ci si annoia in un bar in Transilvania. Chi è quell'uomo di Viseu che ci fu presentato  come prete due giorni fa , ma che non è vestito come tale, e che sembra parlare d'affari al tavolo con una donna, e perché si muove misteriosamente, uscendo normalmente e rientrando  dalla porta di dietro del bar che appare essere riservata al personale? Non lo sapremo mai, ma ci saluta cordialmente e si scusa per essere così occupato.

E' settembre , soleggiato e caldo ma non c'è molta gente , qualche turista rumeno fuori stagione, quasi tutti anziani, che  di tanto in tanto giocano a golf nel giardino dell'albergo. Anche il bar è silenzioso, eccetto il tavolo accanto a noi, a cui siedono setto od otto paesani. Anch'essi sono anziani, cinque sono donne, chiaramente distinguibili dal vecchio stile "paesano" , con i loro foulard, leggins, vestiti fatti in casa, etc. Bevono grandi bicchieri di birra alla spina e al confronto con ciascun altro sembrano piccoli, pingui e massicci ma soprattutto esuberanti e contenti.  Chiaccherano animatamente uno con l'altro e catturano le nostre occhiate , ridendo fragorosamente.

La loro attenzione si punta su tre persone, le sole che stavano usando la piscina circolare proprio sotto di noi, un uomo  e due donne sui cinquanta o sessanta, in costume da bagno ( si erano tolti gli accappatoi) che poltrivano sotto i pallidi raggi di sole sui bordi della piscina. Tutti e tre erano abbastanza corpulenti. Per gran parte del tempo le due donne stavano sulle sdraio intorno alla piscina;  anche l'uomo se ne stava seduto ma ogni tanto si tuffava in piscina, poi ne usciva e andava alla doccia che si trovava dietro di loro, poi ritornava a sedersi sulla sdraio.

I paesani trovavano questo trio molto divertente. Li guardano, ridono, bevono,tornano a guardarli, ridono, fanno commenti tra di loro, guardano ancora, scuotono la testa, ridacchiano, ridono, Tutti , uomini  e donne allo stesso modo, concordano che questo spettacolo è davvero abbastanza spassoso. Sarà la quasi nudità, i calzoncini da bagno blu dell'uomo quasi invisibili sotto il suo pancione ipernutrito, l'esposizione di tutta questa carne .... potrebbe essere tutta questa attività oppure la sua mancanza; starsene al sole , immergersi in acqua, ambedue attività ridicole e prive di scopo. Non sono sicuro cosa sia.

Ma i paesani stanno morendo dal ridere. Più bevono e parlano, più guardano e più ridono fino a quando non possono più far niente. Questa è veramente la cosa più divertente che abbiano mai visto, questa è la cosa più divertente del mondo.

domenica 2 marzo 2014

THE DANCE AT MOCIU, di Peter Riley , THE TOWNS ALONG THE TISA



 Solo qualche giorno fa mi è giunto per posta il libro di Peter Riley, THE DANCE AT MOCIU, ordinato tramite Internet ( che poi è la cosa più bella che ci ha dato il Web: cercarci ed ordinarci i libri in tutte le librerie del mondo, così che magari evitiamo di comprarci quelli di Vespa, Cazzullo, Litizzetto et similia...).
 Un piccolo grande libro sulla Romania rurale della fine degli anni 90, vista dal poeta e saggista inglese Peter Riley che i lettori del blog già ben conoscono per le numerose opere da me tradotte e pubblicate su Ottantanovenuvole.
 Da allora, come lo stesso autore ci avvisa , http://www.aprileye.co.uk/mociu.html, Things change, Le cose cambiano e molte cose sono cambiate in Romania...

Il  libro , in inglese, comunque è molto bello e può essere letto anche da chi non è proprio  fluente nella lingua di Shakespeare. Mi riprometto peraltro di tradurne qualche brano qui sul blog.
 Il primo, Arnota, è già on line : ARNOTA








Nel libro troviamo solo due poesie, o meglio, prose poetiche: qui traduciamo THE TOWNS ALONG THE TISA a pag 111.


Oh! Le città lungo il fiume Tisa, le mura che
cadono a pezzi, le piazze cenciose, i saloni degli Asburgo
e il calcestruzzo comunista erosi nel vento
del fiume...Città di confine bloccate su
confini chiusi, ponti interrotti sul Tisa,
buche sulle strade, carri trainati da buoi
ignorano semafori...Un pastore
con bastone e mantello se ne sta appena fuori
dell'hotel Tisa, gitane in gonne arancioni e
gruppi di cappelli neri a larghe tese  sugli
angoli... Gente che vaga lungo le strade
nella speranza di rimediare un lavoro o appoggiata
a muri in un giorno di mercato tenendo 
davanti allo stomaco il solo oggetto
che ha da vendere, un modellino di una casa o
un sacchetto di tè...Gli ultimi uffici del 
mondo occidentale, riscaldati da stufette 
a legna, scrivanie ricolme di pratiche
irrealizzabili, mentre scende il primo fiocco di neve
e tutto si rabbuia insieme.


sabato 4 gennaio 2014

PETER RILEY, da The Dance at Mociu, ARNOTA, trad. A. Panciroli


Arnota







Dapprima si arriva al paesino di Bistrita, dove termina la strada asfaltata. Un posto squallido, la strada diventa uno sterrato che volta verso un bar  tra gli alberi e di fronte i cancelli di un grande monastero del diciottesimo secolo ora una scuola per bambini disabili mentali. C'è un bus parcheggiato, degli uomini che siedono in cerchio davanti al bar, bambini che vanno e vengono, la luce del sole si disperde tra gli alberi. Per arrivare ad Arnota ( avendo chiesto) dovete avanzare verso il cancello del monastero e voltare a destra , scendendo dietro le case sullo sterrato e le rocce fino al fiumiciattolo che oltrepassa il paese. Uno  spazio aperto ai piedi della montagna disseminato di rami , erba e parti di tubi di cemento. La pista guada il torrente, e c'è un vecchio segnale stradale : "MINISTIRE" con  una freccia dove gira in un fosso boscoso  ed inizia a salire. Continua così per quattro chilometri. Nei versanti più in basso  lungo la strada  ci sono recinti di legno  sotto gli alberi, case di legno più dietro, gente che cammina, c'è sempre gente che cammina lungo le strade, che porta legna ed acqua, che conduce animali da soma, e ragazzi che ci guardano con sorpresa. Poi più ripidamente  nel fianco della montagna gole e cengie, verso le cave. La pavimentazione della strada diventa a malapena guidabile, con grandi buche e solchi, improvvise zone di soffice terreno sabbioso che devono essere affrontate con un certa velocità, i tornanti si susseguono uno dopo l'altro arrampicandosi sul fianco della montagna. per due volte superiamo la curva ed incontriamo mezzi di trasporto che scendono, camion carichi di persone, che avanzano lentamente  verso il paese, perché è già pomeriggio inoltrato.

La pista, e la guida non ne fa cenno, porta dritti nel sito della cava, con una sbarra bianco/rossa a sbarrare la strada. Dalla porta di una baracca di mattoni sbuca un uomo, io grido " Mànastire!" e la barriera viene alzata, con un sorriso. Procediamo in un enorme parcheggio per camion, e ci fermiamo, confusi. L'addetto alla sbarra ci è venuto dietro e ci sta gridando in romeno di girare a sinistra , agitando il braccio sinistro. Alla fine il messaggio ci arriva e individuiamo una ulteriore pista che esce dal lato sinistro del posto, è per davvero una cava enorme, mostruosa. E la pista è più ripida che mai, avanziamo lentamente in prima ridotta su una superficie molto irregolare con pezzi di fondo roccioso esposti, tre ulteriori ripidi tornanti, per arrivare vicino alla vetta della montagna presso una recinzione metallica, con un cancello, con agganciato un vecchio segnale per il monastero. Ci fermiamo, usciamo, e ci guardiamo intorno. La cava si estende sotto di noi, metà di quel lato della montagna scavato, trattori cingolati  si muovono lentamente molto al di sotto. Ma siamo saliti oltre  e l'area della vetta stessa è sufficientemente selvaggia al di là del perimetro del recinto, brulli declivi rocciosi  con folti cespugli  e piccole querce, e fiorellini che spuntano da sfasciumi di rocce rosse, perché è primavera. Il cancello è aperto, lo oltrepassiamo e continuiamo fino ad un parcheggio presso le mura del monastero.




Un monastero abbastanza piccolo, giusto delle mura perimetrali ed un chiesa al centro. Si cammina attraverso il portone e si arriva alla chiesa in mezzo al prato circondato dalle mura. Accanto al portone e di fronte ci sono alloggi nelle mura, ma il resto del perimetro è vuoto. Infatti è così, gli spazi abitabili sono costruiti contro le mura e ne fanno parte, con balconate e finestre che si affacciano all'interno dello spazio recintato. Chiunque viva qui mangia e dorme entro le mura. Una chiesa bianca,stile romanico del 17° secolo. Ci chiniamo per entrare ed è buio, le iconostasi e gli arazzi che brillano appena, figure dipinte sulle pareti, il pavimento ricoperto di tappeti...un vecchio monaco seduto su di una sedia, che non si intromette.






Sventola il permesso di fotografare. Siede e ci guarda, nel caso, per esempio, potessimo cercare di entrare nel santuario.Osserviamo attentamente, i santi dipinti su ogni lato, le icone d'argento, le paradisiache narrazioni incastonate sulla volta annerita, usciamo. Notiamo il portico affrescato e la porta intagliata, e ce ne andiamo in giro per il complesso passeggiando. C'è una zona dove si coltiva verdura sul lato ovest della chiesa, ed una mucca dietro uno steccato di legno. In vari punti pollame indisciplinato. Ad est , dietro l'abside un filo per stendere teso dalla chiesa alla cassetta delle lettere, appesi pochi capi  di biancheria monacale e calzini. Ci sono due gattini che si rincorrono vicino al cancello . Non c'è alcun qualsivoglia segno di un secondo abitante . Fa abbastanza caldo nel tardo pomeriggio, i rumori della cava sono lontani, un vento regolare soffia per tutto il complesso,facendo muovere appena gli alberi fuori.

Dove siamo ora, e come può esistere questo luogo? Il monaco esce e guarda la sua mucca. Non sembra un monaco e tuttavia lo è, vecchio ed un po' curvo, ed indossa un cappello di feltro nero ed un vestito marrone. Non è interessato ai visitatori, ma non ha nulla contro di loro. Si muove lentamente fino al cancello e si ferma accanto ad un piccolo mucchio di tronchi.

E che dire della notte, che dire delle profondità dell'inverno? Chi o cosa arriva sin qui allora? Tra la neve e le bufere ed il buio, gli alberi ghiacciati e spogli nel vento, per vivere tra le mura con una scorta per tre mesi di cibo e combustibile- da soli? è giusto?- una chiesa un guardiano una mucca? Una scrupolosa disciplina giornaliera, standosene soli nella chiesa sulla vetta della montagna con una candela leggendo gli affreschi, pregando. Chi sono allora i visitatori? - volpi, preoccupati novizi che arrivano a piedi da Bistrita,  poiane, orsi? E gli orsi passeggiano lentamente nel mezzo della notte e annusano il cancello chiuso?

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Potete trovare il testo originale qui http://www.shearsman.com/archive/samples/2003/rileyDaMspl.pdf, pagg 17 e segg.


giovedì 26 dicembre 2013

PETER RILEY, The BBC at Lunca Ilvei, from CARPATHIAN PIECES, trad. A.Panciroli






La BBC a Lunca Ilvei

Una troupe della BBC con un famoso presentatore venne spedita in Transilvania per realizzare un programma da mettersi  in onda ad Halloween, ponendo l'accento sul raccapricciante: fantasmi, vampiri, lupi,etc. Per cosa altro sarebbero dovuti venire?  Per cosa altro qualcuno avrebbe dovuto interessarsi alla Transilvania? Arrivarono a Lunca Ilvei e  quattro di loro furono ospitati in una specie di ostello in fondo al paese. Sapevano bene quel che volevano.

  Volevano immediatamente una riunione con un bel falò. Non avevano tempo da perdere, doveva essere stanotte.Venne organizzato nei campi appena dietro le stalle.  Nel pomeriggio venne messa insieme una grande pira e vennero avvisati una ventina di paesani e noi. C'era necessità anche dei due musicisti del villaggio - fisarmonica e violino. Questi erano piccoli proprietari che suonavano  in zona per hobby o per un piccolo reddito extra, ed il loro repertorio era una selezione di pezzi da tutta la nazione. Il fisarmonicista era abbastanza bravo, il violinistista  era piuttosto incapace, ma il suonatore di fisarmonica suonò gran parte della musica.

  Quando fu buio venne acceso il fuoco ed il cast fu riunito su un argine erboso di fronte, sedendo a terra o in piedi, in un piccolo arco, che con un attento controllo della telecamera poteva rappresentare un intero cerchio di contadini intorno al fuoco. Il terreno era umido e  piuttosto fangoso, ed era sta posizionata una striscia di plastica per sedersi, speriamo non troppo evidente sullo schermo. Al centro dell'arco sedeva il presentatore, un Irlandese, mentre intervistava Julian, illuminato dal bagliore del fuoco. La BBC aveva fornito due casse di birra per tutti quanti, il che fu molto apprezzato,e sopratutto per questo, penso, l'atmosfera generale era serena, a dispetto della falsità della situazione e dei relativi  disagi.

  Perché a meno di non stare nel diretto raggio d'azione del fuoco faceva abbastanza freddo ed ogni tanto pioveva un po'. Anche sedere sulla plastica per terra non era troppo facile e c'era una tendenza a scivolare lentamente a valle. Ma l'atmosfera generale era ancora serena; la gente parlava, tracannava birra, ed i musicisti suonavano, qualcuno cantava e l'intervista continuò.

  Julian è un buon narratore. Racconti di orsi e di lupi. Di quando una volta trovò un orso sul suo albero di mele. E di quell'inverno che i lupi scesero dalle montagne fin nelle strade del paese e di quando a volte li sente ululare nella notte. Il presentatore ovviamente non era  molto contento e le cose migliorarono quando lo Julian stesso iniziò a portare il discorso da una cosa all'altra, sotto la spinta illuminante della "zuica"* che stava bevendo. C' era anche una influenza reciproca con i paesani,  battute e scherzi in romeno che potrebbero aver detto nulla di ciò che la BBC sapeva ma che il gruppo pensava fossero molto spiritosi. In particolare c'era tra di noi una ragazza adolescente, un membro del casuale staff casalingo di Julian, la quale  era apparentemente molto sensibile all'argomento "ragazzi", ed a cui  Julian lanciava suggestivi commenti che ricevevano da lei stridule risposte e il tutto andò molto bene alla folla lì riunita.

  Il problema era, che qualunque cosa si dicesse o facesse, il presentatore o il produttore gridavano immediatamente, "Rifallo, ridillo", includendo tutti i casuali scambi di battute in romeno.  Tutto doveva essere ripetuto, una seconda o terza volta per un miglior angolo di ripresa o di presa del suono. Naturalmente  non era mai buona la seconda volta, e molto meno divertente per i paesani, e questa moltiplicazione per due rese il tutto assai noioso. E ci furono altri problemi, come domande molto stupide cui Julian dovette comunque dare una risposta e cercare inoltre di rendere di nuovo interessante la conversazione. Anche il cameraman aveva i suoi bei problemi. Era evidentemente molto bravo nel suo lavoro,  destreggiandosi bravamente con una camera a mano, ma aveva incautamente mangiato senza freni da quando era arrivato ed ora soffriva di un grave attacco di diarrea. Così  il cameraman interrompeva continuamente l'azione consegnando la telecamera a quello più vicino dell troupe BBC ( tienila solo un minuto, ti va?) e scomparendo dopo nella oscurità, indirizzato a voce alta da Giuliano verso un boschetto sul retro del campo.



Hotel Castle Dracula




  Ci volle un bel po' di tempo. Come Dio volle quelli della BBC si guardarono l'un altro e dissero," Siamo a posto, abbiamo filmato abbastanza." Si riunirono, e se ne andarono, scortati fino alle auto e agli autisti in attesa, per fortuna penso perchè il cameraman non era l'unico ad essersi ammalato e tutti quanti sembravano stanchi, inoltre dovevano alzarsi presto la mattina seguente per una passeggiata a cavallo attraverso la foresta fino al Castello di Dracula, in realtà un albergo degli anni 80 così recentemente rinominato distante circa 20 chilometri.

  Ma i musicisti suonavano ancora , così rimasero tutti. E suonarono alcuni brani molto popolari  che molti conoscevano e cantavano, e iniziarono le danze. Era più freddo, era più buio e c'era una certa pioggerellina, cui nessuno fece attenzione. Il fuoco era un cumulo di braci ardenti ora ed intorno ad esso danzarono sul fango, per quasi un'ora. Coppie volteggianti, sul fango. Fu di gran lunga la parte più bella della serata.

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* Specie di grappa fatta in casa ad alto tenore alcolico








domenica 22 dicembre 2013

PETER RILEY " I am a Poet", from CARPATHIAN PIECES, trad. A.Panciroli


"I am a poet"
i.m Barry MacSweeney


Risiedevamo a Szàrhegy, nei pressi di Gheorgheni, nella casa di una coppia di pensionati ungheresi che ci colmavano di attenzioni nel modo più piacevole, completamente dominati dagli impulsi di "ospitalità contadina" sebbene vivessero in una cittadina ora solo in parte rurale. Lui era un direttore dei lavori in pensione, in attesa della pensione statale che doveva ancora arrivare da tre anni. Nella loro cucina-salotto ci veniva servita una splendida cena con un delizioso rosè demi-sec fatto in casa, e dopo uscivamo per una passeggiata tra le strade del paese.


La strada dove abitavano: lunga, dritta, non asfaltata ma uniformemente livellata, le altre strade la tagliavano perpendicolarmente, come una griglia. Le case tutte ad un piano,  tutte abbastanza simili, si ergevano tra gli orti  con alberi da frutto e pozzi, le recinzioni in legno tutt' intorno. Tutte decorate individualmente, molte anche con i tubi delle grondaie con inserti floreali dello stesso metallo - e lo stesso: tutte più o meno simili l'una all'altra.





Alla fine della loro strada girammo per una strada appena più importante  che portava verso il centro città. Superammo sulla destra uno di quei palazzi lunghi e bassi che avevamo già visto in altri posti, probabilmente reliquie del comunismo,  di cui sembra che la gente abbia difficoltà a trovare un nuovo uso. Una fila di finestre piuttosto piccole ed oblunghe in uno sporco muro bianco lungo la strada, porte ad ogni estremità, e nessun segno di vita alle finestre. Ma l'ultima finestra con la sua porta, qualcuno era riuscito a trasformarla in un bar: il muro bianco riverniciato di fresco e più luminoso per gli ultimi dieci metri, le luci accese,  fuori sul marciapiede un paio di tavoli  con sedie, pochi uomini seduti. Era stata una giornata afosa e faceva ancora caldo nella fievole luce di un pallido cielo privo di nuvole.

Come passammo oltre, un uomo si alzò dai tavoli, attraversò la strada e ci venne incontro. Era basso, sui quaranta, con dei baffi spioventi, folti capelli lunghi sino alle orecchie, e soprattutto due grandi occhi tristi sotto le folte sopracciglia. Mi afferrò la mano e continuò a stringerla delicatamente, dapprima non dicendo nulla, forse indeciso su che lingua usare. Poi, ancora stringendomi stretta la mano tra le sue ma senza nessuna pressione, disse in rumeno, " Sono un poeta. Ma l'alcool mi ha distrutto il cervello." Ed i suoi grandi occhi  addolorati guardarono fisso nei miei mentre noi annuivamo con comprensione e aspettavamo ciò che sarebbe accaduto dopo. Rimase così ancora un po', poi senza fare altro mi lasciò andare la mano e ritornò al bar dall'altra parte della strada.


sabato 21 dicembre 2013

PETER RILEY, Sunday Evening in Botiza, from CARPATHIAN PIECES, trad. A. Panciroli


UNA DOMENICA SERA A BOTIZA


Una tepida domenica sera a Botiza dopo una giornata torrida, e naturalmente molta gente se ne sta all'aperto per le strade e gli spazi aperti del paese. Le luci sono accese nel bar, e nella bottega di alimentari della porta accanto che è lo stesso un bar, ed il negozio di ferramenta appresso, un bar anch'esso.
Parecchi uomini se ne stanno seduti all'aperto lungo la strada dei tre negozi, ai tavoli o sul bordo del marciapiede discutendo animatamente e di tanto in tanto qualcuno accenna un sussurro di canzone. Gruppi di uomini e donne per tutto il paese siedono su panche o su muretti o se stanno in piedi, qualcuno con una bottiglia in mano, altri no. Mezzo chilometro più avanti lungo la strada principale un grande bar usato dai giovani da cui proviene della musica, dentro strapieno e da lì i ragazzi si riversano per la strada. La gente non è, come in altri paesi, vestita a festa per la domenica- per lo più sembra essere come è di solito, come sarebbero in ogni altra tepida sera, la maggioranza almeno. 







I vecchi siedono sotto i portici tra le strade strette, soli o in compagnia, parlando tra loro o con i rari passanti. Nessuno lavora: nessuno lava i panni nel fiume, nessuno porta carichi o attrezzi, nessuno conduce animali. Qua e là i bambini, in gruppo o a coppie, gironzolano,  corrono, se ne stanno ritti in piedi, giocano. Le ragazze  hanno il singolare privilegio  di camminare in coppia, in un affettuoso contatto fisico; a braccetto, un braccio sulle spalle e sui fianchi rotondi. Quando qualcuno incontra un altro lo bacia sulle guance. Queste sono fatti codificati. La moglie del prete, con il suo cagnolino al guinzaglio , ha attraversato il grande spazio aperto davanti ai bar, con il ruscello ed il ponte che lo attraversa, e se ne sta a chiaccherare con un altra donna, anch'essa ben vestita, quindi probabilmente della classe sociale chiamata degli " intellettuali"- insegnanti, dottori, etc. Il cane se ne sta accucciato a terra obbediente. C'è un carro parcheggiato di fronte al bar con due cavalli in attesa, di tanto in tanto si sfregano il collo. Con l'avanzarsi della sera le luci dei bar sembrano aumentare gradualmente.

Un camion a sei ruote dalle cave o dalle miniere dell'alta valle passa a velocità moderata lungo la strada principale, dopo la fila dei bar e giù lungo il paese verso la strada principale. Ricopre tutti: uomini,donne, vecchi giovani, bambini, lattanti, contadini, operai, zingari, intellettuali, bevitori, fannulloni, chiaccheroni, cantanti, cani, cavalli...in una spessa nube di polvere grigia.


***


Il testo in lingua originale in http://www.shearsman.com/archive/samples/2007/PRdaySampler.pdf pagg 176 e seg.


lunedì 16 dicembre 2013

PETER RILEY, from Pieces, fragments, and notes during the writing of SEA WATCHES 1984-7, The Llyn Writings



Così calmo e sereno un giorno tu potresti girarti e guardarlo,
e dire, " La mia vita è un trito di di dolore."

Un tremore della terra, un rimbombo profondo, la piccola drogheria
a Rhydlios trema ed i barattoli sbatacchiano sullo scaffale
pensammo che un autocarro fosse passato di lì.

La fattoria; argini di terra separano i campi, i campi
cosparsi dagli escrementi delle oche e dai gambi di funghi
fino al ciglio della scogliera, solchi di bianco calcare

Un osso vuoto, tufo poroso, delicatamente posato sul bordo della terra
una strizzata d'occhi di un industriale potrebbe frantumarlo del tutto.

Tranne che per il chiaro sereno elemento
parlato tremante nella roccia florescente.





Assurde cittadelle di collina su affioramenti ignei
l'erica che riempie l'aria di dolcezza, i pettirossi arrampicati
su fronde di felce oscillanti, frammenti di roccia spezzata

prati di muschio, mirtilli, assurde cittadelle a difesa,
di niente, deliri di vecchi, attori-politicanti,
il corpo preservato e custodito nella casa sulla vetta della montagna
orgoglio di spasmo intellettuale del potere

ma tutti i desideri ti verranno a mancare.


1. Pieces, fragments, and notes during the writing 
of Sea Watches 1984-7
* * *
So calm and clear a day you could turn and face it,
and say, “My life is a mince of pain.”

An earth tremor, a low rumble, the little grocery shop
at Rhydlios trembles and the tins rattle on the shelf
we thought a heavy goods vehicle had passed by.

The farm: earthen banks separate the fi elds, the fi elds
scattered with goose feathers dung and mushroom stalks
to the cliff edge, furrows of white rock.

Hollow bone, porous tuff, delicately poised at the land’s edge
an industrialist’s wink could crush all of it

Except the calm clear factor
spoken trembling in florescent stone


***

Insane hilltop citadels on igneous outcrops
heather fi lling the air with sweetness, stonechats perched
on swaying bracken fronds, patches of broken stone

sphagnum grasses, bilberry, insane citadels guarding
nothing, ravings of old men, actor-politicians,
the body preserved and guarded in the mountain-top house
pride of intellect spasm of power

but wishes all shall fail thee.