venerdì 11 maggio 2018

Questa stanza


Risultati immagini per ritratto ovale di cane

Questa stanza
di John Ashbery

da "Your name here"  (2000)

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in più tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui

Traduzione di Aldo Busi


This Room

The room I entered was a dream of this room.
Surely all those feet on the sofa were mine.
The oval portrait
of a dog was me at an early age.
Something shimmers, something is hushed up.
We had macaroni for lunch every day
except Sunday, when a quail was induced
to be served to us. Why do I tell you these things?
You are not even here.

mercoledì 2 maggio 2018

SENSATIONS

Risultati immagini per MOTEL

IL MURO
di Laura Kasischke

Una notte dall'altro lato
del muro di un motel fatto di nient'altro
che segatura e robaccia rosa, io

udii un uomo implorare
qualcuno al telefono,
tutto ciò che desiderava
prima di morire
era tornare a casa.

"Voglio tornare a casa!"

Quella notte un uomo pianse
finché fui immersa nel sonno,
sempre di più, passando
come un nuotatore
o come un suicida
attraverso le onde
del suo pianto e nel profondo

come gli iceberg si dividono in due,
come meduse, come i pensieri
che passano in segreto tra la gente.

E come l'alga marina,
che, come i sinuosi soffici verdi capelli
di certe reginette di bellezza,
viene lavata dal mare.
Solo che noi

eravamo in Utah, e uno di noi
piangeva
mentre l'altro dormiva, con

nient'altro tra loro
che un sottile, asciutto muro.

traduzione di Ipazia

THE WALL
by Laura Kasischke

One night from the other side
of a motel wall made of nothing but
sawdust and pink stuff, I

listened as a man cried
to someone on the telephone
that all he wanted
to do before he died
was to come home.

"I want to come home!"

That night a man cried
until I was ankle-deep in sleep,
and then up to my neck, wading
like a swimmer
or like a suicide
through the waves
of him crying
and into the deep

as icebergs cracked into halves,
as jellyfish, like thoughts, were
passed secretly between people.

And the seaweed, like
the sinuous soft green hair
of certain beauty queens,
washed up by the sea.
Except that we

were in Utah, and one of us
was weeping
while the other one
was sleeping, with

nothing but a thin, dry
wall between us.


sabato 28 aprile 2018

da Blackbird Pie, Torta di merli, di RAYMOND CARVER, traduzione Ercole Gudi



da Blackbird Pie, Torta di merli, di RAYMOND CARVER

traduzione Ercole Guidi

vedi http://ercoleguidi.altervista.org/anthology/blackbirdpie.htm

We had each other again, only we had less and less to talk about. 
«It happens,» I can hear some wise man saying.
 And he's right. «It happens.» But it happened to us.



Caro,
Le cose non vanno bene. Le cose, invero, vanno male. Le cose sono andate di male in peggio. E tu sai di che cosa parlo. Siamo arrivati al capolinea. Tra noi è finita. Eppure, adesso vorrei che avessimo potuto parlarne.

È tanto tempo ormai che non parliamo. «Parliamo» veramente, dico. Anche dopo che eravamo sposati continuavamo a parlare, scambiandoci notizie e pensieri. Quando i bambini erano piccoli, o anche dopo che s'erano fatti grandicelli, trovavamo ancora il tempo di parlare.

S'era fatto più difficile, certo, ma trovavamo il modo. Il tempo lo trovavamo. Lo «inventavamo». Dovevamo aspettare che dormissero, o che uscissero a giocare, o che fossero guardati. Ma il modo lo trovavamo. Certe volte facevamo venire qualcuno a guardarli solo perché «potessimo» parlare. Talvolta passavamo la notte a parlare, parlavamo fin quando spuntava il sole.

Be'. Le cose succedono, lo so. Le cose cambiano. Bill ebbe quel guaio con la polizia e Linda si ritrovò incinta, ecc. I nostri momenti di pace se ne volarono dalla finestra. E a poco a poco le tue responsabilità ti schiacciarono. Il tuo lavoro divenne più importante e il nostro tempo insieme si ridusse al lumicino.

Poi, quando i ragazzi se ne andarono, il tempo per parlare ritornò. Eravamo nuovamente disponibili l'uno per l'altra, solo che avevamo sempre meno di cui parlare. «Capita» mi par di sentir dire da qualche sapientone. E ha ragione. «Capita». Ma è capitato a noi.


Sia come sia, niente colpe. «Niente colpe». Questa lettera non vuole dar colpa a nessuno. «Voglio parlare di noi». Voglio parlare di noi «adesso». Vedi, è arrivato il momento di ammettere che «l'impossibile» è capitato. Di «ammettere» la sconfitta. Di chiamarsi fuori. Di...