giovedì 7 gennaio 2016

Dalla finestra di Pessoa

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XLVIII di Alberto Caeiro

Dalla più alta finestra della mia casa
Con un fazzoletto bianco dico addio
Ai miei versi che partono verso l'umanità.
E non sono allegro né triste.
Questo è il destino dei versi.
Li ho scritti e devo mostrarli a tutti
Perché non posso fare il contrario
Come il fiore non può nascondere il colore,
Né il fiume nascondere che scorre,
Né l'albero nascondere che dà frutti.

Eccoli che già vanno lontano come su una diligenza
E io senza volere sento pena
Come un dolore nel corpo.

Chi sa chi li leggerà?
Chi sa in che mani andranno?
Fiore, mi colse il mio destino per gli occhi.
Albero, mi strapparono i frutti per le bocche.
Fiume, il destino della mia acqua era non restare in me.
Mi sottometto e mi sento quasi allegro,
Quasi allegro come chi si stanca di essere triste.

Andate, andate da me!
Passa l'albero e resta disperso nella Natura.
Appassisce il fiore e la sua polvere dura per sempre.
Scorre il fiume ed entra nel mare e la sua acqua è sempre
quella che fu sua.

Passo e resto, come l'Universo.

Traduzione di Pierluigi Raule.

lunedì 4 gennaio 2016

GIORGIO CAPRONI, L' ultimo borgo.



                       L' ULTIMO BORGO

 





   S'erano fermati a un tavolo
d'osteria.
               La strada
era stata lunga.
                          I sassi.
le crepe dell'asfalto.
                                  I ponti
più d'una volta rotti
o barcollanti.

                       Avevano
le ossa a pezzi.
                         E zitti
dalla partenza, cenavano
a fronte bassa, ciascuno
avvolto nella nube vuota
dei suoi pensieri.


                            Che dire.

Avevano frugato fratte
e serpeti.
              Avevano
fermato gente - chiesto
agli abitanti.

                    Ovunque
solo tracce elusive
e vaghi indizi - ragguagli
reticenti o comunque
inattendibili.

                    Ora 
sapevano che quello era
l'ultimo borgo.
                       Un tratto
ancora, poi la frontiera
e l'altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.

                                L'ora
era tra l'ultima rondine
e la prima nottola.
                               Un'ora
già umida d'erba e quasi
(se ne udiva la frana
giù nel vallone) d' acqua
diroccata e lontana.

          

venerdì 1 gennaio 2016

“Natura morta”. di Yoshioka Minoru, traduzione di Andrea Raos



                                               Natura morta





 
Dietro la dura superficie del vaso da notte
crescono in splendore
frutti autunnali
mele castagne uva
e tutti alla rinfusa
accatastati
verso il sonno
verso una sola armonia
verso una musica che cresce si raccolgono
tendono al recesso più buio
il loro nocciolo scivola piano di lato
e intorno
aleggia l'ora della prospera decomposizione
adesso davanti ai denti dei morti
stanno immobili come pietre
tutti quei tipi di frutta
che dentro al vaso da notte
sempre più greve
sul rovescio di questa notte apparente
talvolta
paurosamente oscillano
 
 tratto da http://www.nazioneindiana.com/2015/12/26/nature-morte-cinque-poesie-di-yoshioka-minoru