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giovedì 26 giugno 2025

Amata, non amata

 


Una poesia di Alcudio, mio alias latino.

La versione latina è stata curata da Philomena, la nostra Intelligenza Artificiale.


Amata

Non amata.

Frizzano le nuvole risate.

Dove vola un timido sorriso

Più vicina è

 l' isola celeste

Al mio umano cuore.

Miti carezze

Scompiglia il vento

Che corre 

Umidi sentieri e festosi amanti.


Amata, non amata 

Frigida roseas tremunt 

in aethere nubes,

Risus  ubi timidus pervolat,

 aura vehens.

Propius est illi caelestis

Insula cordi,

Quod mortale manet

Pectore, dolce tamen

Ventus enim teneras.

Turbavit lene susurrans

Blanditias, umida dum

Fugit aura via.

giovedì 22 luglio 2021

Una sera come tante di Giovanni Giudici

 


Una sera come tante di Giovanni Giudici.


Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro

settimo piano, dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un’altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.


Una sera come tante, e i miei proponimenti

intatti, in apparenza, come anni

or sono, anzi più chiari, più concreti:

scrivere versi cristiani in cui si mostri

che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;

due ore almeno ogni giorno per me;

basta con la bontà, qualche volta mentire.


Una sera come tante (quante ne resta a morire

di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni:

mi ridomando, vorrei sapere,

se un giorno sarò meno stanco, se illusioni


siano le antiche speranze della salvezza;

o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente

la sorte di ogni altro, non volgare

letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,

senza né più virtù né giovinezza.

Potremmo avere domani una vita più semplice?

Ha un fine il nostro subire il presente?


Ma che si viva o si muoia è indifferente,

se private persone senza storia

siamo, lettori di giornali, spettatori

televisivi, utenti di servizi:

dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,

in compagnia di molti sommare i nostri vizi,

non questa grigia innocenza che inermi ci tiene


qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.

È nostalgia di un futuro che mi estenua,

ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!

Da quanti anni non vedo un fiume in piena?

Da quanto in questa viltà ci assicura

la nostra disciplina senza percosse?

Da quanto ha nome bontà la paura?


Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura

che dice: domani, domani… pur sapendo

che il nostro domani era già ieri da sempre.

La verità chiedeva assai più semplici tempre.

Ride il tranquillo despota che lo sa:

mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.

C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.


sabato 29 giugno 2019

E la tua veste è bianca.... SALVATORE QUASIMODO






Piegato hai il capo e mi guardi;
e la tua veste è bianca,
e un seno affiora dalla trina
sciolta sull'omero sinistro.

Mi supera la luce; trema,
e tocca le tue braccia nude.Ti rivedo. Parole
avevi chiuse e rapide,
che mettevano cuore
nel peso d’una vita
che sapeva di circo.Profonda la strada
su cui scendeva il vento
certe notti di marzo,
e ci svegliava ignoti
come la prima volta.


Salvatore Quasimodo
da “Ed è subito sera”, A. Mondadori Editore, Milano, 1942


giovedì 24 gennaio 2019

ENNIO FLAIANO, Lettera al cinema




Lettera al cinema


Caro Cinecittà, alla presente
V.S. espongo quanto segue primo:
che ò scritto un film, tutto
della mia vita, da quando ero orfano
fino al 56. Avventura e duello
amore con forte Tradimento
vendetta, carcere, esce con l'amnistia.
Io potrei farlo anche come registra,
accludo foto ( io sono quello in mezzo).
Secondo: se non c'è film per ora, 
adatto alla  mia persona , altezza 1,63
bicicletta, nuotare, carabina,
prego pigliarmi anche per guardiano
e magari scopare stabilimento.
La vita qua, è meglio non parlarne.





giovedì 6 settembre 2018

sabato 23 dicembre 2017

AI MIEI AMICI, una poesia di Primo Levi




Cari amici: qui dico amici
nel vasto senso della parola:
moglie, sorella, sodali, parenti,
compagne e compagni di scuola;
persone viste una volta sola
o praticate per tutta la vita
purché a noi, per almeno un momento,
sia, stato teso un segmento,
una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d'un cammino
folto, non privo di fatica,
e per voi pure, che avete perduto
l'anima, l'animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse uno solo, o tu
che mi leggi: ricorda il tempo,
prima che s'indurisse la cera,
quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l'impronta
dell'amico incontrato per via;
in ognuno la traccia di ognuno. 
Per il bene od il male
in saggezza o in follia
ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,
che le imprese sono finite,
a voi tutti l'augurio sommesso
che l'autunno sia lungo e mite.

giovedì 21 settembre 2017

LEONARDO SINISGALLI, La vigna vecchia, trad.Alessandro Pancirolli, The old vineyard






La vigna vecchia




Mi sono seduto per terra

accanto al pagliaio della vigna vecchia.


l fanciulli strappano le noci

dai rami, le schiacciano tra due pietre.

io mi concio le mani di acido verde.

mi godo l'aria dal fondo degli alberi






 The old vineyard


I sat on the ground  

next to the haystack of the old vineyard.

Children tear the walnuts 

from the branches,  crack them between two stones.

I soil my hands  of green acid

enjoing the air from the bottom of trees.



sabato 26 agosto 2017

Leonardo Sinisgalli, I cani allentano la corsa



I cani allentano la corsa



I cani allentano la corsa

tra i pali arsi delle viti,

così bassa è Orione

queste sere miti di fine d'anno.

Oscilla il carro d'oro a questa svolta.

Tu guardi l'alba della luna rossa

nell'uliveta. La collina è scossa

da un rumore di frantoio.

Fresca è la ghiaia sui passi tuoi

la ruota non la spezza.

Perduta alle spalle la fanciullezza

si fa più lontana, ombrosa

cieca nella polvere.





 Sinisgalli ad Alberobello (1964) 


domenica 16 aprile 2017

LEONARDO SINISGALLI, PASQUA 1952


La dura e fredda Pasqua contadina del poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli




Leonardo Sinisgalli   Ritretto di Maria Padula




PASQUA 1952


Le sere d'aprile son fredde e tristi
quaggiù nei cameroni di casa mia.
Mio padre si muove appena tra il focolare
e la latrina. Lo portiamo a braccia, lo svestiamo
gli sciogliamo le scarpe per farlo dormire.
Le pendici del Serino sono ancora bianche di neve.
Ci siamo tappati nelle stanze, a stento
ci arrivano dalla piazza i rintocchi dell'orologio
Il fumo ci arrossa gli occhi,
è umida di bosco la legna mortacina.
Cristo risorgerà dal sepolcro di iris.
i messaggeri ce l'hanno annunziato
bussando alle imposte.
I piccoli pastori ci portano i primi
asparagi dalle spinete, l'ortolana
scalza è entrata con un cesto di fiori di rape.
Aspettavo da trent'anni una Pasqua
tra i fossi, il muschio sopra i sassi,
le viole tra le tegole. Ma i morti
dormono nelle bare di castagno,
sugli archi delle stalle e dei porcili,
sulle crociere delle cantine e dei pollai.
Fanno fatica ad abbandonare per sempre
le nostre sedie, i nostri letti,
dove vissero tanti anni di lenta agonia.
Lungo le strade gli stracci
neri delle vesti sono più silenziosi.
Un gruppo d'uomini brucia col ferro
il grumo di veleno nella bocca dell'asino.
M'ero messo in viaggio verso una Pasqua
in fiore, incontro al Cristo purpureo
che solleva il coperchio di grano bianco
cresciuto nelle grotte.
Tutto quello che io so non mi giova
a cancellare tutto quello che ho visto.
I fanciulli soffiano sul carbone
perché dal piombo fiorisca
il simulacro della rosa.
Vanno e vengono per casa le visitatrici
a portarci i sarmenti per il fuoco,
le ceste d'uova, le parole di cordoglio.
C'è sempre nelle stanze il ricordo
di un lutto recente o il gemito
di un vecchio malato.
Mio padre ha il sangue greve.
Si duole della sua immobilità.
Lo caricheranno sulle spalle i miei nipoti
e un giorno, un tiepido giorno di là da venire
lo porteranno alla vigna. Lo porteranno
a mezza costa, sulla sedia
di braccia intrecciate.
Ci è toccata questa valle, questa valle
abbiamo scelta per tornarci a morire.
Dove Gesù risorgerà con molta pena
noi speriamo ardentemente di sopravvivere
nel cuore dei congiunti e dei compagni,
nel ricordo dei vicini di casa e di campo.
Come fischiano le rondini
intorno alla chiesa di San Domenico
semibuia il giovedì delle tenebre!




lunedì 26 dicembre 2016

GIUSEPPE CESARO POETA , Eravate una ragazza vanitosa...,



Giuseppe Cesaro,considerato nel novero dei poeti italiani più singolari,è nato e vive a Capua.E’ ex agente ribelle di un carcere minorile beneventano.Dotato di una profonda originalità espressiva,è l’artista inconsueto alla continua ricerca di punti di contatto con una comunità insensibile,superficiale nell’affrontare le problematiche individuali.Sublime ed elegante osservatore del quotidiano fluire di accadimenti immotivati...








 Eravate una ragazza vanitosa. Sulla
 panchina/ alexander vi declamava dei suoi
versi d'amore. Innamorata/ gli dicevate
sempre di sì reclinando / il capo con un
grande fiocco bianco ad ogni rima
baciata



↜↜↜↜

lunedì 19 dicembre 2016

Da Il canto di Hafez, di Rosaria Lo Russo



Da Il canto di Hafez

di Rosaria Lo Russo




Soffitto della tomba di Hafez





Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Ubriaco e sudato sei venuto nel parco
L’acqua sul tuo viso diede fuoco all’albero di Giuda

Ogni sguardo vanesio dei tuoi occhi narcisi
Solleva cento tumulti nel mio mondo

Per la vergogna che lo paragonavo al tuo viso, il gelsomino
Chiese aiuto alla brezza che gli coprisse la bocca di terra

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

La viola annodava la sua ciocca attorcigliata
era la brezza che raccontava la storia dei tuoi ricci

Prima d’ora ero un ascetico pio senza vino
Sono diventato il menestrello dei ragazzi belli

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Il vino dei ragazzi, dono eterno della sorte
In questa sfattezza Hafez si concede sollievo

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza

Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente.

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza


Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Lo stupore mi ha bruciato la mente
La lingua sta ferma ma la bocca si riempie di poesia (…)



Rosaria Lo Russo nota biografica

poeta performer, ha pubblicato Comedia, Bompiani 1998, Penelope, d’if 2003, Lo dittatore amore. Melologhi, Effigie 2004, Io e Anne. Confessional poems, d’if 2010, Crolli, Le Lettere 2012, Poema (1990/2000), Zona 2013 e Nel nosocomio, Effigie, 2016 e tre volumi di traduzioni della poesia di Anne Sexton. Ha recitato, fra gli altri, Brodskij, Caproni, Zanzotto, Szymborska, Rosselli. Dirige a Firenze il festival di poesia performativa “pppp_LaPasseraPoesiaPerformanceinPiazza


sabato 26 novembre 2016

Augusto Caraceni, A ERATO, Ombre della notte


Augusto Caraceni , nato il 6 maggio 1907, iniziò la carriera  giornalistica come critico musicale e letterario presso vari giornali e riviste, fra cui il Messaggero, il Secolo XIX.
 Il suo volume " il Jazz dalle origini ad oggi", edito da Zerboni nel 1937, è stato il primo libro italiano su tale argomento.


           OMBRE DELLE NOTTE






Le ombre possono discendere,
la strada e l'anima le accolgono.
Ma occorre  che i tuoi occhi
mi guardino da vicino
ch'io li possa riconoscere.
Bisogna che ti chini leggermente
al fresco umido mistero della notte.




sabato 2 luglio 2016

EUGENIO MONTALE, DOV' ERA IL TENNIS...


Dov'era una volta il tennis, nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita.
  Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio. Verso levante la vista era (è ancora) libera e le umide rocce del Corone maturano sempre l' uva forte per lo 'sciacchetrà'. E' curioso pensare che ognuno di noi ha un un paese come questo, e sia pur diversissimo, che dovrà restare il suo paesaggio , immutabile; è curioso che l' ordine fisico sia così lento  a filtrare in noi e poi così impossibile a scancellarsi. Ma quanto al resto? a conti fatti , chiedersi il come e perché della partita interrotta è come chiederselo della nubecola di valore  che esce dal cargo arrembato, laggiù sulla linea della Palmaria. Fra poco  s'accenderanno nel golfo le prime lampare.
  Intorno, a distesa d'occhio, l' iniquità degli oggetti persiste intangibile. La grotta incrostata di conchiglie dev'essere rimasta la stessa nel giardino delle piante grasse, sotto il tennis; ma il parente maniaco non verrà più a fotografare al lampo di magnesio il fiore unico,irripetibile, sorto su un cacto spinoso e destinato a una vita di poche istanti. Anche le ville dei sudamericani sembrano chiuse: Non sempre ci furono eredi  pronti a dilapidare la lussuosa paccottiglia messa insieme  a suon di pesos o di milreis. O forse la sarabanda dei nuovi giunti segna il passo in altro contrade: qui siamo perfettamente defilati, fuori tiro. Si direbbe che la vita non possa accedervi che a lampi e si pasca solo di quanto s' accumula  inerte e va in cancrena in queste zone abbandonate.





' Del  salòn en el àngulo oscuro - silenciosa y cubierta de polvo  - veìase el arpa...'Eh sì, il museo sarebbe impressionante se si potesse scoperchiare l'ex paradiso del Liberty. Sul conchiglione-terrazzo sostenuto da un Nettuno gigante, ora scrostato, nessuno apparve più dopo la sconfitta elettorale  del Leone del Callao; ma là , sull' esorbitante bovindo affrescato di peri meli e serpenti da paradiso terrestre, pensò invano  la signora Paquita buonanima di produrre la sua serena vecchiaia confortata di truffatissimi agi e del sorriso della posterità. Vennero un giorno i mariti delle figlie, i generi brazileiri  e gettata la maschera  fecero man bassa di quel ben di Dio. Della duena  e degli altri non si seppe più nulla. Uno dei discendenti  rispuntò poi fuori in una delle ultime guerre e fece miracoli. Ma allora si era giunti  sì e no ai tempi dell' inno tripolino. Questi oggetti , queste case, erano ancora  nel circolo vitale, fin ch 'esso durò. Pochi sentirono dapprima che il freddo stava per giungere; e tra questi forse mio padre che anche nel più caldo giorno d' agosto, finita la cena all'aperto, piena di falene e d' altri insetti, dopo essersi buttato sulle spalle uno scialle di lana, ripetendo sempre in francese, chissà perchè, " il fait bien froid, bien froid", si ritirava subito in  camera  per finir di fumarsi a letto il suo Cavour da sette centesimi.





domenica 29 maggio 2016

LEONARDO SINISGALLI, Due poeti ai giardini









Due poeti ai giardini















Bolsi nella ghiaietta sotto gli olmi
ammirano le foglie
ancora verdi, trasparenti
a fine ottobre.
Non c'erano venuti mai
insieme tanti anni.
Sono qui tutte le mattine alle undici
per consiglio dei medici
Girano a passi piccoli,
il luogo non è immenso,
lo percorrono in un 'ora
sempre nello stesso senso.
Quando stanno meglio
possono camminare spediti
fanno una visita
al Museo di Storia Naturale.
Guardano i mammut, i cristalli,
gli scheletri dei pesci e degli uccelli:
teste grandi come teatri, ossa
sottili come aghi. Siedono
sulla panchina davantI al lago.



domenica 24 aprile 2016

ALFONSO GATTO, ERA LA NOTTE UN BACIO



ERA LA NOTTE UN BACIO




Forse se ascolti, al limite del giorno,

brulla di pietra perché splenda il cielo

straniero delle rondini, la patria

torna nel canto che pareva amore.



Torna dai lumi del veliero il mondo,

parola che stupì, come nel soffio

caldo del vento era la notte un bacio,

un cuore appena franto dal suo bene.



Alfonso Gatto


lunedì 4 gennaio 2016

GIORGIO CAPRONI, L' ultimo borgo.



                       L' ULTIMO BORGO

 





   S'erano fermati a un tavolo
d'osteria.
               La strada
era stata lunga.
                          I sassi.
le crepe dell'asfalto.
                                  I ponti
più d'una volta rotti
o barcollanti.

                       Avevano
le ossa a pezzi.
                         E zitti
dalla partenza, cenavano
a fronte bassa, ciascuno
avvolto nella nube vuota
dei suoi pensieri.


                            Che dire.

Avevano frugato fratte
e serpeti.
              Avevano
fermato gente - chiesto
agli abitanti.

                    Ovunque
solo tracce elusive
e vaghi indizi - ragguagli
reticenti o comunque
inattendibili.

                    Ora 
sapevano che quello era
l'ultimo borgo.
                       Un tratto
ancora, poi la frontiera
e l'altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.

                                L'ora
era tra l'ultima rondine
e la prima nottola.
                               Un'ora
già umida d'erba e quasi
(se ne udiva la frana
giù nel vallone) d' acqua
diroccata e lontana.

          

martedì 22 dicembre 2015

Palinodia d'Orfeo, GIGI SPINA


E' ben noto il mito di Orfeo che, disperato per la morte della sua amatissima Euridice, scende fin negli Inferi e con il suono  della sua lira riesce a commuovere gli dei dell' Ade ed a ottenere di ricondurre nel mondo dei vivi Euridice, a patto di non voltarsi a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.
   Durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, e Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta...


"Orfeo y Eurídice" de Edward John Poynter


  
Palinodia d’Orfeo
di
Gigi Spina


Non è vero che mi sono voltato indietro.




Non è vero che mi sono voltato indietro. 
 Perché avrei dovuto farlo? Lei è sempre stata davanti a me. Era lei che sapeva dove eravamo diretti. Ed è stata lei a voltarsi indietro. E mi ha detto: ‘Io vado avanti, tu prenditi tutto il tempo che ti serve’. Mi conosceva bene. Sapeva che io non camminavo soltanto. Avevo bisogno di raccontarmi il cammino. Come se non potessi fare a meno, poi, di raccontarlo ad altri, nella sua perfezione e completezza. E quando mi sono detto, una volta, che non volevo più costruire racconti né miti, il viaggio era stato bello, sì, ma fino a un certo punto, poi avevo solo continuato a camminare, con gli occhi rivolti in basso, né avanti né indietro, perché non avevo racconti da ricordare, ma solo oggetti, e luoghi, e animali, e suoni, un passaggio d’ali, una pietra, un ramo spezzato, qualche prato fiorito. ‘Tu prenditi tutto il tempo che ti serve’. E ne è passato di tempo, forse troppo. Ho visto che a poco a poco scompariva all’orizzonte, dietro una curva più marcata. E sono rimasto solo. E sono tornato ai miei racconti. Ai miei racconti di lei, che a poco a poco diventava mito, e perdeva tutta la realtà degli sguardi con cui l’avevo amata. Ho continuato a guardarmi intorno, avanti, indietro, dovunque degli occhi mi rispondessero. Il cammino è stato lungo, forse troppo; ma ce n’è ancora da fare, e non dispero delle mie forze. Ho capito, in tutto questo tempo, che ogni cosa avviene contemporaneamente, ed è un errore sostituire, togliere. Bisogna avere la capacità di aggiungere, di implicare e complicare, quasi di guardare in contemporanea, e nel presente, come nessun occhio o racconto può fare, l’avanti e l’indietro in un solo scatto. E quando, alla fine, capirò anch’io dov’ero diretto, forse non avrò bisogno di riprendere il racconto e di portarlo a una conclusione soddisfacente, al lieto fine sempre in agguato. In quel momento, come in uno specchio, potrò guardare me stesso in rapporto con l’indietro; ma non più, contemporaneamente, guardare in avanti. E sarà quella la morte.





sabato 12 dicembre 2015

ALFONSO GATTO, Santa Chiara


                           Santa Chiara

La chiesa si perde
in eterno calore
monotona:
l'angelo dorme
sollevato in aria.

Isola calida d'oro
di morte armoniosa
concedi l'oblio
e silenzio rapido
e pur eterno dissolvi.

Nel tramonto ai vetri
s'infiamma la terra:
a te non giunge che raro stupore
di piazze vuote, di gridi perduti.




sabato 19 settembre 2015





ARIA DI SETTEMBRE

di Alfonso Gatto


Mortale al suo bel volto,
come declina annoso
l’autunno e per ascolto
la chiama al suo riposo,

la sera spoglia il vento
dell’ultimo colore                                            
Alfonso Gatto
e spera che il suo lento
declino sia l’amore

nostalgico del fuoco.
Il freddo autunno rade
le foglie, strema un fioco
riverbero di strade.

E l’ombra reca odore
di bosco perché trami
la sera anche il chiarore
delebile dei rami.

Come una voce invita
nel canto dalle case
si rendono alla vita
convinte le persuase

dolcezze della luna.


sabato 21 febbraio 2015

LEVANTE, Alfonso Gatto


      LEVANTE



Come in un lungo amore
declina solitaria
la notte nel chiarore
monotono dell'aria.
E la malinconia
torna consunta al segno
della sua lunga via.
Al freddo di levante
odora a scogli il legno
delle giovani piante.

Accorrerà lampante
sugli alberi improvvisi
il cielo aperto, e il mare
a sfondo dei suoi lisi
monti d'azzurro, a rare
vele in rigoglio il grido
discioglierà del vento.
Così biancheggia al lido
della vittoria il giorno,
saluta nell'avvento
di case aperte intorno
quella città di sole
che rise antica all'aria
della vacanza, a scuole
vuote di solitaria
letizia, estese al verde
della campagna.
                              Torna
nell'alba e vi si perde
questo stupore, aggiorna
dal suo passato oscuro,
promette già il futuro.