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lunedì 16 marzo 2026

THE LAST POEM, I would like you to be there, da LACRIMAE RERUM , di Nicholas Moore

 


I would like you to be there

When I die —-not that  you’d care

Nor that I’ d want you to hold my hard exactly

(Though that couldn’t be bad)

But just that I shouldn’t feel so intolerably sad

At the going out of the day;

Just that one’s Muse must be constant, and one’s purpose—-

Jimmy Rushing: “I would like to see tour smiling face again.”



Mi piacerebbe che tu fossi qui

Quando morirò —- non che ti dovrebbe

Importare

E neppure vorrei che mi tenessi stretta la mano.

(Anche se non sarebbe poi così male)

Ma solo non vorrei al finire del giorno sentirmi

Così intollerabilmente triste;

Solo che alla propria Musa devi essere fedele, e al proprio scopo.——

Jimmy Rushing: “ Mi piacerebbe vedere ancora il tuo sorriso.”




sabato 7 novembre 2020

LACRIMAE RERUM, Nicholas Moore, da THE LAST POEM, trad. Alessandro Panciroli

 









I would like you to be there

When I die ---- not that you' d care

Nor that I'd want you to hold my hand exactly.

(Though that couldn't be bad)

But just that I shouldn't fell so intolerably sad

At the going out of the day;

Just that one's Muse be constant, and one' s purpose --

Jimmy Rushing: "I would like to see  your smiling face again".


Mi piacerebbe che ci fossi

quando morirò ------  non che ti dovrebbe importare

e non vorrei neppure che mi tenessi  davvero la mano.

( Anche se non sarebbe così male)

ma solo non vorrei sentirmi così intollerabilmente triste

sul finire  del giorno;

solo che alla propria Musa si deve essere  fedeli, e al proprio scopo --------

Jimmy Rushing:" Mi piacerebbe vedere ancora il sorriso sul tuo viso."

giovedì 6 giugno 2019

Nicholas Moore, LACRIMAE RERUM, Melismata, XII, trad. A.Panciroli



But there you are. Real as a figment of my imagination. My
                                                                                       Muse,.....





Ecco sei qui. Reale come un frutto della mia fantasia. Mia
                                                                                    Musa,
sorridente.Vera.Reale.
E qualsiasi cosa sento di dire, posso dirtela.
E tu sarai d'accordo. E mi parlerai.

E le parole. Le parole che dici
saranno quelle che stavo cercando (o
alcune di esse) e mi piaceranno
e non ci servirà una Intelligenza Guida. Siamo l'Umanità
ed eccoci qui. Ed è bene essere umani;
ed è bello essere un uomo buono ( difficile da trovare) ed una donna
                                                                                                  buona;
ed anche dopo tutte queste dolcissime parole, dove la lode è dovuta.
Noi non siamo macchine. Io sono io. Tu sei tu.

Alle mie spalle gelidi colonnati, me ne vado
verso un pensiero appassionato, verso un amore senza passione.


lunedì 3 giugno 2019

Nicholas Moore, LACRIMAE RERUM, Lacrimae rerum, II, trad.A.Panciroli



II


Penso alla signora Lewis in primavera
quando gli asfodeli fioriscono e
sulle isole greche appaiono i primi germogli,
spuntano i crochi, i capelli crisantini
di Anne o di Susan. Intanto si sente un ronzio
e nessuno sa, se di api o di maiali,
l'iterazione o il placido grugnito
e nessuno sa se è di nuovo in primo piano,
questo nostro mondo o sottosopra o cosa,
la leggenda di Alice o la grotta degli elfi,

e per ogni dove girovaghiamo stupiti
di quei corrotti calcoli e della loro strana
ubriaca frenesia nell'atmosfera che
neanche le feste di primavera riescono a spiegare;

e neppure perché lacrime di pietra cadono selvaggiamente a terra:
perché non vediamo il Minotauro?



III

Naturalmente,Picasso lo vide: E' evidente.
Lo vide come simbolo di tutto l'amore,
di tutta la distruzione, di tutta la disperazione dell'età
ormai incapace  di affrontare
la giovinezza o di gioire nella danza
i suo trombettisti suonano ora, suonano quel jazz.

No, alla fine il vecchio è una testa
in una natura morta, barbuta, bella,
che non riesce a vedere la ragazza di fronte, pietra,
una morta testa  posta di fianco a un vaso.

Non riesce a vedere la ragazza, i suoi capelli biondi,
o il patetico bambino in equilibrio su di una palla.
Nell'altro dipinto lo specchio lo tiene lontano,
lui indietreggia e si fa piccolo di fronte all'amore.

domenica 2 giugno 2019

Nicholas Moore,LACRIMAE RERUM, Melismata, IV. LOVE. The water lapping...., trad. A:Panciroli







Love. The water lapping my feet,
.The tide seemed to be rising;
I hurried along among the broken
Shards, tripping up among the tweeds
That grew from the crevices, the smashed boats,

The long pieces of wood.
There was no-one there. No one to greet
Or encourage me, nothing but the hair-rising
Rising of the water, the need
To hurry and the impedimenta,
I in the centre

Of a decaying world, as always
In dreams trying
to get away, to escape,
Bur where to, there was nothing there.




Amore. L'acqua che mi lambisce i piedi,
la marea sembrava montare;
mi affrettai tra  i cocci rotti, 
inciampando nelle alghe
che crescevano dagli scogli, tra le barche  frantumate,

tra lunghi pezzi di legno.
Non c'era nessuno. Nessuno che mi accogliesse
o incoraggiasse, nulla tranne il terrificante
salire dell'acqua, il dover
scappare e il non poterlo fare
Io nel centro

di un mondo  in decomposizione, come sempre
nei sogni tentavo
di fuggire, di scappare,
ma dove, non c'era niente lì.







domenica 26 maggio 2019

NICHOLAS MOORE,da LACRIMAE RERUM, Ideals, wishes, crimes & desires,Ideali, desideri, crimini & bramosie, trad. A. Panciroli







Ideali, desideri, crimini & bramosie


C' erano 7 statue
(o 8 o 9),
di pietra, scolpite, fredde,
in fila lungo i viali come alberi,
o sul verde in quadranti, curve,
o sparse nei giardini ,
lungo i sentieri, di fronte ai
negozi nelle strade, ricordi;
nei cortili, giù
lungo il fiume, sulla sabbia
del mare, riflesse in grandi specchi
o nei palcoscenici,
o nel cielo scolpite dalle nuvole
o ondeggianti e scintillanti nel mare, negli stagni,
nelle cascate, nebulizzate;
ma c'erano sempre le stesse statue,
7 ( o 8 o 9);






In luoghi diversi  erano diverse,

talvolta sottili ed aguzze
come gli uomini di Giacometti,
talvolta carnose e rotonde
come le donne di Maillol,
talvolta forme astratte, talvolta
realistiche o fotografiche,
talvolta grezze come quelle
di Epstein o Frink,
talvolta lisce e soffici
come un Rodin,
allungate come Marie Tracy,
enormi e grasse come le donne di Picasso
sulla riva del mare,
ma sempre fredde, irreali--
statue morte,
ma qualche volta riportate in vita
da un uccello seduto sulla testa,
o  dal cumulo di foglie cadute
nei viali  -  feuilles mortes!
Ah!, sì nei giardini  ricoperti
delle foglie colorate dei Ciliegi
Giapponesi, nei grandi specchi
le statue erano nere
e le foglie fruscianti e arricciate
come linciate dalle bombe dell'uomo:
( E quelle statue che hanno un volto
hanno espressioni terribili o
espressioni di terrore, come se
la pietra fredda, l'ebano
severo, l'acido bronzo
avessero portato  vita dalla morte.



Riflesse nel mare, le

statue sembravano danzare
in estasi  - ma non avevano
volto, erano ancora fredde,
ma sembravano muoversi nella spuma,
danzando e ballando,
e tuttavia fredde senza speranza;
pietra, metallo, ghiaccio;
anche nei giardini 
sembravano danzare, illuminate
dall'ombra e dal sole:
dure e rigide,
contornate da fiori luminosi, qualcuna
era dipinta, striata e
sfavillante di colori fioriti,
le loro forme fredde
e merlettate come ghiaccioli
e mescolate col fuoco,
a strisce blu e gialle
come creature di un carnevale,
ma di pietra e pietra-metallo  e metallo-freddo
prive di vita nel mascherare la vita



In qualche composizione,
in qualche situazione
alle statue mancava qualche parte,
qui una gamba, qui un braccio,
qui una testa, oppure erano state
mutilate orribilmente
nei loro riflessi:
come se  un omaccione preso
da una vignetta di Ronald Searle
fosse arrivato e avesse smembrato
i loro nudi corpi di pietra
distruggendone anche 
la  bellezza  di pietra- morta,
distruggendone anche
la  fredda immagine
vitale: restavano ancora
nelle loro linee, nelle loro curve,
nei loro modelli casuali
qui, là e ovunque,
e forse rimarranno
anche quando noi saremo morti,
resti culturali
di una civiltà che non poteva vivere per amare.



Ma queste non sono come le altre statue:
ognuna di esse era qualcuno che conoscevo;
donne che ho conosciuto, dalla infanzia
sino alla tomba; persone che ho incontrato
e conosciuto più o meno bene,
ragazze, ragazze, ragazze,
pietre, pietra, pietra,
distorte dagli specchi
e dai ricordi del Tempo 
( del nostro tempo - Oggi, Oggi)

e mia Musa,
cosa faranno di Te domani?






mercoledì 22 maggio 2019

La triste storia de LACRIMAE RERUM



Sunt lacrimae rerum et mentem  mortalia tangunt ( vedi Borges e il sunt lacrimae rerum virgiliano)



Nicholas Moore
Courtesy Peter Riley




 Da questo verso  dell' Eneide ( libro I, vv 463) prende il titolo la raccolta di poesie, le ultime, di Nicholas Moore, poeta inglese una volta famoso e ormai quasi dimenticato.
  Le poesie sono state scritte tra il gennaio 1985 e la morte di  Moore nel gennaio 1986, mentre lo sfortunato autore giaceva ricoverato nell'ospedale di Orpington; raccolte da Peter Riley ,  suo grande amico e mentore , secondo , e seguendo, le sue ultime volontà.
  Infatti Riley stesso ricorda come sia stato chiamato dal poeta in ospedale, preoccupato che l'unica copia andasse perduta nel caos del suo appartamento; il poema doveva , secondo quanto affermato da Moore, essere in tre sezioni. Gli aveva citato l'inizio della prima poesia:
                       
  I'd like you to be with me when I die
                          Nice for me, though not so nice, perhaps, for you...


  La seconda parte doveva riguardare gli spiriti e le fantasie postulate  sulle questioni della morte e della dipartita. La terza sezione avrebbe dovuto risolvere l'intera questione, oltre gli incontri impossibili e le ansie senza risposta della I e II parte.
Non c'era ancora una prima bozza ma era già  completamente "scritto" nella sua mente. e stava solo aspettando  l'occasione di metterlo su carta.
  Per molto tempo si pensò che  il poema fosse andato perduto, ma alla fine le prime due parti  vennero a galla trai suoi scritti, la prima parte si rivelò più leggera di quanto Riley si aspettasse, forse questa versione  era solo una prima bozza. Ghosts  non era neanche numerato. Questo era tutto. In ospedale Moore non poteva scrivere; doveva, a causa delle cure sanitarie, rimanere sdraiato sul fianco sinistro ( a Moore fu poi amputata la gamba NdR) ; inoltre dormiva quasi tutto il giorno a causa della morfina. Rifiutò anche l'offerta di dettare o di registrare  su cassette  almeno qualcuno dei suoi illeggibili  testi scritti a mano. E naturalmente non tornò mai a casa dall'ospedale. Il testo finale memorizzato  come connessioni elettriche nel cervello se ne andò insieme a lui...



Un esempio della incomprensibile
calligrafia di Nicholas Moore



 Il  testo che oggi leggiamo è  stato "assemblato" da Peter Riley con l'aiuto del figlio del poeta Perry Moore e pubblicato , grazie  ad una sottoscrizione tra numerosi artisti ed associazioni,  nel 1988 da Open Township  & Pubblical Histories  in 125 copie rilegate e  375 ordinarie, con la bella copertina disegnata da  Juliet  Moore, figlia del poeta .










  
  










venerdì 10 maggio 2019

LACRIMAE RERUM, Nicholas Moore, Sunsilk, trad. A.Panciroli








Although indelicate and indiscreet,
When thinking of my woman's legs and feet,
I also thought about her lingerie
And dreamt she walked trough an orangerie
Plucking sweet oranges from nearby trees,
Those golden apples of the Hesperides.
I thought of Skelton's poem, and I saw
                                        and with awe
Saw, that my woman had no single flaw
But time is passing ant it rearranges
Both legs and feet, women and oranges.

And often we may have no right to range
where true love walks, or plucks the perfect orange.



Sebbene indiscreto e indelicato,
quando  penso alle gambe ed ai piedi della mia donna,
pensavo anche alla sua lingerie
e  sognavo che camminasse per un orangerie
cogliendo dolci arance  dagli alberi vicini,, 
quelle mele d'oro delle Esperidi.
Pensavo alla poesia di Skelton, e vedevo
                                           e con terrore,
vedevo che la mia donna non aveva un solo difetto
ma il tempo passa e risistema
gambe e piedi, donne ed arance-

E spesso potremo non avere nessun diritto  di limitare
dove il vero amore cammini, o colga la più perfetta arancia.











                                         

sabato 4 maggio 2019

LACRIMAE RERUM, Nicholas Moore, Evening, traduzioni A.Panciroli, Lia Aricò


EVENING                 Versione definitiva


Ricordavo quella via solitaria,
il cammino lungo quelle ampie strade desolate,
gli alberi a lato come fili di fumo quelle strade infinite
tutte uguali che non vanno da nessuna parte o verso altre strade,
tutte uguali, vuote, le case linde
con le belle tende di mussola pulite,che portano
verso altre strade con altri alberi, con altre
case. La speranza sopravvive
nelle case vuote nelle case vuote nelle strade vuote,
da qualche parte, come la vita tra i morti.

Gli sbuffi degli alberi erano inverno,  i marciapiedi
ampi e nuovi, le strade che si arrampicano
su per la collina oltre la curva, qualora ci si
fosse avventurati fin lì. Ma dove,
ma dove, verso altre strade,  verso altri alberi. altri
marciapiedi pieni curvi perfettamente livellati.
non traducibile...Ma perché noi,
non è  noi, ma è io.
E ora ricordo quella strada solitaria,le ampie
strade desolate, gli sbuffi degli alberi ai lati, camminando, camminando,
camminando del buio.
......
,










EVENING

SERA

Traduzione Alessandro Panciroli

Ricordavo quella strada solitaria,
il cammino lungo quelle ampie strade desolate,
gli alberi a fianco come fili di fumo, quelle strade senza fine che,
sempre uguali, non portano da nessuna parte, o le altre strade
sempre uguali, vuote, le case linde,
con le belle tende di mussola pulite, che portano
ad altre strade con altri alberi ed altre 
case. La speranza sopravvive
nella case vuote nelle case vuote nelle strade vuote
da qualche parte, come la vita mescolata alla morte.

Le chiome degli alberi erano inverno, il marciapiede
ampio e nuovo, le strade che si arrampicano
sulla collina e oltre la curva,  non si vorrebbe
mai arrivare .Ma dove,
dove, verso altre strade, altri alberi, altri marciapiedi
pieni di curve splendidamente livellati.
............... ( non traducibile). Ma perché noi,
Non è noi, ma Io.
Ricordavo quella strada solitaria, le ampie strade
desolate, gli alberi a fianco come fili di fumo, camminavo, camminavo,
camminavo nel buio.



Traduzione di Lia Aricò






venerdì 3 maggio 2019

LACRIMAE RERUM , Nicholas Moore, Yearning II, trad. Alessandro Panciroli






YEARNING   II

BRAMOSIA   II 



E' come se il cielo  fosse diventato acquoso,
come se la scena si riflettesse  in uno stagno,
le sponde incorniciate dai narcisi, bianchi
in compatte, sparse file, finché il vento all'improvviso soffia
e gli steli prendono vita e i fiori si flettono
 e oscillano  e la cerva  esita e salta come fosse
in un vortice troppo veloce, come fosse ubriaca
 o come alle viste di un ubriaco, l'immagine
avanza e si ritira, ora distante ora vicina,
ma sempre al centro la bella cerva, vacillando,
luccicando, ingrandendosi, rimpicciolendo, scomparendo in un bisbiglio,
spiccando brillante e limpida come un grido,
diventando distorta come  un urlo
in un incubo, freddo, chiaro e tepido, entrambi distaccati
e muovendosi come Margaret Marshall  che canta
le Ultime Quattro Sonate di Strauss nel finire della vita,
scomparendo nel tramonto con un tintinnio di campanelli.
E' come se  la Morte fosse un' estasi.
Ma è della vita che parliamo, non della morte,
è dei sogni  che parliamo, non degli incubi.
La cerva bianca non è  offuscata
dalla irrealtà ma è simbolo di vita e di
Bella vita: Guardate come  a grandi passi
attraversa il cielo.




Nicholas Moore /  courtesy of Peter Riley






domenica 28 aprile 2019

LACRIMAE RERUM, Nicholas Moore, Yearning , trad. Alessandro Panciroli








  Lacrimae Rerum è l'ultimo libro di Nicholas  Moore, (1918-1986) , poeta inglese molto affermato  negli anni 40, tanto da essere paragonato a Dylan Thomas

 Contiene gli ultimi versi che faticosamente Moore , già molto malato e ricoverato in ospedale ,affidò all'amico Peter Riley, temendo che andassero persi.
 Il libro fu stampato nel 1988  da  Open Township e Poetical Histories, grazie ad una sottoscrizione tra gli scrittori inglesi, organizzata da  Riley , in 125 copie in edizione rilegata per i sottoscrittori, ed in 375 nella edizione ordinaria.



YEARNING

BRAMOSIA




                               Come una cerva bianca,  che cavalca il cielo  a grandi balzi,
in attesa dei cacciatori, prende un sentiero poi un altro,
in cerca di un posto sicuro; ben conscia
dei cacciatori in agguato, dell' aria infausta, fredda e
corrotta;  e sa già di dover camminare ben attenta
come  la Musa o  sarà uccisa.

Ma è l'essere vivi che celebriamo. Jimmy Rushing* canta
" Quando sento che stai arrivando il mio cuore perde un colpo.
quando non ti vedo riesco appena mangiare".
Il tumulto nel cuore
nasconde quel che la mente sa o quel che i sensi percepiscono,
la certezza della realtà; eppure senza
quel candido animale cosa rimane
per rendere  gustosa la vita o credibile
la verità? Viviamo e moriamo

e dobbiamo fare  il meglio che possiamo
e se la cerva è una immagine della verità
o della bellezza, o di quello che volete,
cosa fare senza di essa?

Ed allora cosa abbiamo senza 
se non una mera verità celata senza verità
la bellezza senza bellezza, la realtà senza realtà,
un mero miscuglio di violenza e trasgressione.
La realtà è  solo  cosa ne  facciamo:
cosa potremo fare senza uno scopo chiaro in vista,
e come potremo vivere se uccidiamo quel che inseguiamo?




*Jimmy Rushing (1901-1972), grande cantante nero di blue e jazz
  spesso citato da Moore, appassionato di jazz, in molte delle sue poesie