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sabato 20 ottobre 2018

Alone di James Joyce, trad. Alessandro Pancirolli









  Alone by James Joyce
The moon's greygolden meshes make
All night a veil,
The shorelamps in the sleeping lake
Laburnum tendrils trail.

The sly reeds whisper to the night
A name-- her name-
And all my soul is a delight,
A swoon of shame.

Le grigiedorate reti della luna tutta
la notte fanno velo,
I lampioni  sulla riva del lago dormiente
tracciano  viticci di laburni.

I giunchi sottili sussurrano  alla notte
un nome - il suo nome -
E tutto il mio animo è un piacere,
un delirio di rimorso.




sabato 10 febbraio 2018

Peter Riley, SZÁSZCSÁVÁS: THE OLDER STRATUM, trad. Alessandro Panciroli





SZÁSZCSÁVÁS: THE OLDER STRATUM



Needing new shoes and remembering everything.
The voice shaking but true, treading across the pain.

 I’m going to where no one knows me. The strangers,
and the sky with its stars. Don’t weep, little mother,
I’ll buy you a red scarf with polka-dots.

 At night there is nothing, silence of the earth,
impenetrable darkness of the eye, that cannot see
a human face turned up to it or tell the difference
between a turnip and the head of a child with nothing.

 I have nothing, I earn nothing, but I have a good time.
I remember only one thing: an oak root under my foot.

 And when they arrived, in the early morning,
the star was hidden. The beautiful shining star.

 You should see this place in the spring.








Mi servono delle nuove scarpe ed ogni cosa ricordo
trema la voce  ma è vera,  attraversando il dolore.

Andrò dove nessuno mi conosce. Gli sconosciuti
ed il cielo stellato. Non piangere, piccola madre.
ti comprerò una sciarpa a pois rossi.

Di notte non c'è nulla, il silenzio della terra,
l' impenetrabile oscurità dell' occhio, che non può vedere
un volto umano che lo fissa  né  può neppure spiegarti
la differenza che passa tra una rapa e la testa di un bambino.

Non ho nulla, non guadagno nulla, però  sono contento.
Solo una cosa ricordo: un ceppo di quercia sotto i  piedi.

E quando arrivarono, di primo mattino,
invisibile era la stella. La bella stella splendente.

Dovresti vedere questo posto a primavera





lunedì 23 novembre 2015

NICHOLAS MOORE, THE ORANGE BED, Ouside the errant window..., trad .A Panciroli






Per problemi di copyright non pubblichiamo i testi originali , comunque facilmente reperibili in  http://www.aprileye.co.uk/TheOrangeBed.pdf






Fuori la finestra vagante piange il tasso,
e nel danzante roseto, classiche ninfe
si esibiscono nel loro romantico pas de deux.
Ed un odore  riempie la notte di giacinti,
e sul verde prato camminano rosei piedini,
bagnati dalla rugiada e lavati dalle olmarie;
           Una fila d'alberi di bosso si staglia sul fondo.

Intanto c'è un libro accanto al letto,
una scatola di cioccolatini, ed una mela rossa;
la grassona si stira, lascia il libro a metà ,
e si riempie la mente coi ricordi della gente,
mentre una mano tenera avanza piano verso la scatola
e prende un altro cioccolatino. Le clematidi gentilmente
           sbattono contro le finestre.

Il letto è arancio e la stanza è piena
di profumi; ora  almeno il mondo riprende
le sue forme normali. Lei legge ancora, del noioso
trionfo  dell' omicidio, dei cadaveri nella camera chiusa.
Fuori  si sente un fischio nel buio,
le baruffe e gli schiaffi degli amanti nel parco ,
                  che lei disapprova.

La notte è finita ed il giorno si prolunga
in un altro giorno. Prendendo la pistola
dalla mano rigida, Detective Fax pretende
di aver lasciato il fotoromanzo e la palla di cristallo
                                                               della zingara,
nota la mela sulla poltrona accano al letto,
il libro mai finito, la cioccolata  che aspettta
           una mano che la muova e la rimuova.

Mr.Detecive Fax è magro e annoiato
dall'attesa; porta la mela alla bocca;
ne ha una opinione migliore; prende il libro, che racchiude
uno sciame di crimini, ricorda la sua giovinezza amara;
fuori nel frattempo gli amanti passano ancora,
con altro miele, indifferenti ad ogni dolore,
                      o del crimine tra i loro amori.

I bossi si stagliano come gnomi contro la luna,
duri piccoli alberi dalle forme contorte. Presunto
suicidio,  di una mente malata. E presto
il letto arancione ancora sarà illuminato
dalla luce delle gioie d 'amore; e la morte
dimenticata per sempre, il libro non letto,
                   e la carne sarà i pani ed i pesci.












                                                                     

domenica 11 ottobre 2015

Due prose poetiche di Peter Riley, THE TOWN ALONG THE TIZA , KALOTASZEG


PETER RILEY


1

The towns along the Tiza

O the towns along the Tiza, the flaking walls, ragged squares, Habsburg 
halls and communist concrete eroding in the river wind, people 
wandering the streets or leaning against walls on market day holding 
the one object they’ve got for sale, a model house or a packet of tea...  
A shepherd with staff and cloak stands outside the Hotel Tiza, gypsies 
in orange skirts and wide-rimmed black hats cluster on corners... 
Border towns stuck with closed borders, holes in the roads, buffalo 
carts ignoring the traffic lights, broken bridges over the Tiza / The last 
offices in the west heated by small woodstoves, desks heaped with 
impractical directives, as the first bits of snow descend and everything 
gets dark together. 
 
 
 
 
Oh! Le città lungo il fiume Tisa,  mura che cadono a pezzi, piazze cenciose, i saloni degli Asburgo e il calcestruzzo comunista erosi nel vento del fiume, gente che vaga per le strade o che se ne sta  appoggiata i muri nel giorno di mercato stringendo stretta la sola cosa che hanno da vendere, il modellino di una casa o un pacchetto di tè... Un pastore  con bastone e mantello se ne sta appena fuori dall'Hotel Tiza, zingare dalle gonne arancioni e un gruppo di cappelli neri a larghe tese  agli angoli delle strade... Città di confine  bloccate sui confini chiusi, buche per la strade ,carretti che non rispettano i semafori, ponti rotti sul fiumte Tiza / Gli ultimi uffici dell' ovest riscaldati da piccole stufe a legno,  sulle scrivanie cumuli di pratiche inevase, mentre i primi fiocchi di neve iniziano a cadere ed ogni cosa insieme si rabbuia.
 
 
 

 
 
 
 
  2
 
Kalotaszeg 
 
 
Low hiils carved into terraces,neglectded
now, full of wild grass. Shortage  of
young people to work the land, gone
to building sites in the towns, Thin,
gnarled, elderly men and women,
digging potatoes inthins strips in the
valley bottoms.They give the greeting,
as always, and bilingually.
  
A dip rather than a valley, a long shallow
trough with maize and potatoes growing
in the bottom among fruit trees, and
shepherds watching small herds on
the shoulders. It is so threadbare and
close to bleak that we constantly have
to remind ourselves that this really is
Kalotaszeg, a name meaning to us a
perculiarly rich and sophisticated music,
wuth its immense dignity and negret, its
air of a saddened royalty.

The young people went away , leaving
theri parents to work the fields. Became
migrant workers, drivers of long-distance
lorries,with the same patience, the same
carved gateway into hore, gable-end
elegance, a radiance of grraceful gestures
cut trough necessity. When we reach the
village (Magyarvalkò) all the gable
ends,which face the streets, are decoratedd
with radiating semicircular structures
under the caves, with elegant urn- and 
bird-like figures pierced symmetrically
trough the woodens slats.
 
Cosmic ornament.  The universe
in attendance, round the corner,
pver the hill, out of sight. Signs of
welcome on the gate post. And an
abandoned collective farm with a
row of big agricultural machines
rotting in the sheds, completely
unsuitable for use in this kind of
terrain. And somewhere, the universe 
in attendance, geese sittin round the
village pump, the woman striding up
 the hill twice daily to wind up the
church clock, the old couples waiting
fot their children to retun.
 
Like the sun and the snow, turning
around each other. 
 
 
 
 
 
Le basse colline coltivate a terrazzamenti, ormai 
trascurati, invasi dalle erbacce. La mancanza di
giovani per lavorare la terra, andati a
a lavorare nei cantieri delle città. Uomini
e donne,magri, contorti, anziani
che coltivano patate in strette strisce 
di terra sul fondovalle. Ti salutano, come
sempre, e in due lingue.
Un avvallamento piuttosto che una valle, un lungo
solco poco profondo , dove crescono granturco e patate
nel fondo tra gli alberi da frutta, e pastori
che custodiscono  piccoli greggi sui bordi.
E' talmente tutto consumato e quasi tetro
che dobbiamo costantemente ricordare a noi stessi
che questa è veramente Kalotaszeg, un nome che per noi
significa una musica particolarmente ricca e sofisticata,
con la sua immensa dignità e rimorso, la sua
aria come di nobiltà amareggiata.

I giovani se ne sono andati, lasciando
i genitori a lavorare nei campi. Divenuti
lavoratori emigranti, autisti di camion su lunghe
distanze, con la stessa pazienza, la stessa strada
scolpita nella speranza, l'eleganza di un fastigio,
uno splendore di gesti aggraziati tagliati attraverso la necessità
Quando raggiungiamo il paese ( Magyarvalkò)
tutti i fastigi, che danno sulla strada, sono decorati
con strutture semicircolari a raggi sotto le grondaie,
con vasi eleganti e figure dalle forme di uccelli
forati simmetricamente attraverso le assi di legno.

Ornamento cosmico. L' universo
presente, dietro l'angolo
sopra la collina, fuori vista. Cartelli di
benvenuto sulle colonne dei cancelli. E una
fattoria collettiva abbandonata con
una fila di grandi macchine agricole in disfacimento
nei capannoni, del tutto inadeguate per l'uso
in questo tipo di terreno. E da qualche parte,
l'universo presente, le oche appollaiate intorno
alla pompa  del paese, la donna che
cammina a grandi passi sulla collina due volte
al giorno per caricare l'orologio della chiesa,
la coppia di vecchi che attende il ritorno dei figli.

Come il sole e la neve, che girano
uno appresso l'altro.

 
 
 



 
 
 
 
 
 
 

domenica 4 ottobre 2015

PETER RILEY, S.CECILIA IN TRASTEVERE



                    PETER RILEY, S.CECILIA IN TRASTEVERE




Stefano Maderno / Santa Cecilia ,1600, Altare della Confessione,
Basilica di Santa Cecilia, Roma



What moves between bright thoughts and finished body?
Music’s Idea turns in the clouds and she
Lies on the floor, denied her time, face
Turned away so as not to view her own pain...

What moves between is all we live, heavy
And light banked in winged tiers, that we
Carve our eyes through day to day, kiss
The bed and back to the devastating sight again...

I believe in a centre to the wasted life
That is carried before the world and holds love
Through distance and strife to the end of a
Perfect reconciliation however many times
Occluded in failed responses finally standing
Whole and obvious, like an orchard in the rain.






giovedì 1 ottobre 2015

Da GREEEK PASSAGES di Peter Riley, Argolide 2003, Trad: A. Panciroli



The narrow shore behind Lerna, barely room to walk between the sea and the tall fences of the orange groves / Cloudy day on the stones / and suffering shall cease / and we all return to a pre-Aurignacian repletion / end all this / advance, torment. // There is no path, it ends / squeezed between land and sea / a dark town across the bay / clumps of giant fennel, used in ancient times for carrying fire, the pith inflammable and long burning, we trust it and it / ends and we turn back, one by one it ends. / Roy Fisher hears me, up in the northern hills / and turns to pat / the dog that died


La spiaggia di Lerna (Grecia)



 La stretta spiaggia dietro Lerna, spazio a malapena per camminare tra il mare e gli alti recinti degli aranceti /   Un giorno nuvoloso sugli scogli / ed il dolore avrà fine / e tutti noi torneremo ad una sazietà pre- Aurignaziana / la fine di tutto questo / progresso, tormento.// Non c'è sentiero, qui infatti termina, stretto tra terra e mare / una città oscura oltre la baia / cespugli di finocchio gigante, usati nei tempi antichi per trasportare il fuoco,  per il succo  infiammabile e che brucia a lungo, noi ci  crediamo e / qui finisce  e torniamo indietro, uno alla volta qui termina. /  Roy Fisher mi sente, in alto sulle colline a nord / e si volta per accarezzare / il cane che è morto.




mercoledì 30 settembre 2015

PETER RILEY " I am a Poet", from CARPATHIAN PIECES, trad. A.Panciroli


 Con la riproposizione di " I AM A POET", da CARPATHIAN PIECES vogliamo dedicare  questa
 prima settimana di ottobre al poeta e scrittore inglese Peter Riley.


Peter Riley




I AM A POET



  Risiedevamo a Szàrhegy, nei pressi di Gheorgheni, nella casa di una coppia di pensionati ungheresi che ci colmavano di attenzioni nel modo più piacevole, completamente dominati dagli impulsi di "ospitalità contadina", sebbene vivessero in una cittadina ora solo in parte rurale. Lui era un direttore dei lavori in pensione, in attesa della pensione statale che doveva ancora arrivare da tre anni. Nella loro cucina-salotto ci veniva servita una splendida cena con un delizioso rosè demi-sec fatto in casa, e dopo  ce ne uscivamo per una passeggiata tra le strade del paese.
  La strada dove abitavano: lunga, dritta, non asfaltata ma uniformemente livellata, le altre strade la tagliavano perpendicolarmente, come una griglia. Le case tutte ad un solo piano,  tutte abbastanza simili, si ergevano tra gli orti  con alberi da frutto e pozzi, le recinzioni in legno tutt' intorno. Tutte decorate individualmente, molte anche con i tubi delle grondaie con inserti floreali in metallo -  tutte più o meno simili l'una all'altra.


 Alla fine della loro strada girammo per una strada appena più importante  che portava verso il centro città. Superammo sulla destra uno di quei palazzi lunghi e bassi che avevamo già visto in altri posti, probabilmente reliquie del comunismo,  di cui sembra che ci sia qualche difficoltà a trovare un nuovo uso. Una fila di finestre piuttosto piccole ed oblunghe in uno sporco muro bianco lungo la strada, porte ad ogni estremità, e nessun segno di vita alle finestre. Ma l'ultima finestra con la sua porta, quella qualcuno era riuscito a trasformarla in un bar: il muro bianco riverniciato di fresco e più luminoso per gli ultimi dieci metri, le luci accese,  fuori sul marciapiede un paio di tavoli  con qualche sedia, pochi uomini seduti. Era stata una giornata afosa e faceva ancora caldo nella fievole luce di un pallido cielo privo di nuvole.



Come ci passammo  davanti, un uomo si alzò dai tavoli, attraversò la strada e ci venne incontro. Era basso, sui quaranta, con dei baffi spioventi, folti capelli lunghi sino alle orecchie, e soprattutto due grandi occhi tristi sotto le folte sopracciglia. Mi afferrò la mano e continuò a stringerla delicatamente, dapprima non dicendo nulla, forse indeciso su che lingua usare. Poi, ancora stringendomi stretta la mano tra le sue ma senza nessuna pressione, disse in rumeno, " Sono un poeta. Ma l'alcool mi ha distrutto il cervello." Ed i suoi grandi occhi  addolorati guardarono fisso nei miei mentre noi annuivamo con comprensione e aspettavamo ciò che sarebbe accaduto dopo. Rimase così ancora un po', poi senza fare altro mi lasciò andare la mano e ritornò al bar dall'altra parte della strada.





About the author


Peter Riley was born in 1940 near Manchester in an environment of working people and entered higher education through post-war socialistic education policies. He studied at the universities of Cambridge and Keele and taught for a few years at the University of Odense Denmark. He was involved in the 1960s in a loose association of Cambridge poets seeking new ways of writing through verbally centred approaches, and edited its organ, The English Intelligencer. Since 1975 he has lived as a freelance writer, teacher and bookseller until he retired from everything in 2005. He lived for ten years in the Peak District of central England, then in Cambridge from 1985, where he ran a small press and collaborated in organising international poetry events. Some of his recent writings have resulted from his travels, principally to Transylvania in search of music. In March 2013 he moved to Hebden Bridge, West Yorkshire.

He is the author of some twenty books and pamphlets, mostly of poetry but including one of travel sketches in Transylvania. Most of his poetry is concerned with being at particular places on the earth. He reviews poetry regularly for the website FORTNIGHTLY REVIEW and his own website is here April Eye.







sabato 25 ottobre 2014

domenica 4 novembre 2012

Everything loosened up in this orgy of pre-rejected writing.


Everything loosened up in this orgy of pre-rejected writing.






Peter Riley had this to say about Nicholas Moore's later poems, introducing a selection of them for the Conductors of Chaos anthology (ed. Iain Sinclair, 1996): 

     Everything loosened up in this orgy of pre-rejected writing.
     Since nobody was listening, the poetry could be 'anything'.
     Long meditations, short epigrams, rhymed and unrhymed,
     measured and unmeasured, sonnets, songs, ballads, blues,
     straight philosophical statements, symbolic landscapes,
     surrealist figurations, imagist trances, jokes and nonsense,
     poems in gobbledegook, outrageous travesty and satire,
     calm description,  detective poems, jazz poems, cricket
     poems, haiku, doggerel, pure 1940s lyrics and persona
     narratives. . . all 'rubbish', all free as the wind.


Tutto si smuove in questa orgia di scritti già scartati.
Da quando nessuno ascolta più la poesia, la poesia stessa potrebbe  essere "nulla".
Lunghe meditazioni, brevi epigrammi, con rima e senza rima,
cadenzate e non cadenzate, sonetti, canzoni, ballate, blues,
chiari enunciati filosofici, paesaggi simbolici,
raffigurazioni surrealiste, magici incantamenti, freddure e  nonsense,
poesie in burocratese, satire e parodie oscene,
calme descrizioni, poesie poliziesche, poesie jazz, poesie
sul cricket, haiku, burlesche, liriche puro stile 1940 e copioni
teatrali...tutta immondizia, tutto libero come il vento.


da Peter Riley. The Day's Final Balance: Uncollected Writings 1965-2006. 
[Shearsman Books, Exeter, 2007, 208 pp.