Visualizzazione post con etichetta Panciroli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Panciroli. Mostra tutti i post

lunedì 2 maggio 2016

RICHARD BLANCO, LAST LINES, trad. A.Panciroli












ULTIMI VERSI



Riprendo in mano la tua copia delle poesie di Neruda che resta
sulla  libreria. Leggo Tus Manos, mi ispira a scrivere
un' altra poesia sulle tue mani,  che tengono stretta una sigaretta,
gesticolando in una vecchia conversazione  su Botticelli
o sui Cosmos sopra un calice di vino rosso sulla spiaggia
con conchiglie e pietre che abbiamo raccolto  e posto sui
davanzali della finestra come se la luce della luna li rendesse più tenui.
Leggo Tu Risa perchè voglio risalire nellla tua risata indietro
fino a quando non ho avuto bisogno di scrivere  della strada
dove camminavamo,insieme sul nostro pontile di legno,
come se il mare non avesse alcuna importanza,
non facendo attenzione al senato di stelle che ci governa.
Poi giro le pagine fino una poesia che ha come segnalibro un petalo
fino come la pagina dove si è conservaato ormai marrone sugli angoli,
ma il suo cuore è ancora rosso e vellutato  dal desiderio,  schiacciato tra
i titoli El Olvido / Oblivion, e Siempre / Always.


LAST LINES


I pull out your copy of Neruda's poems that remaine
on my shelf. I read Tus Manos, inspiring me to write
another poem about your hands, holding a cigarette
gesturing with our old conversations about Botticelli
or the Cosmos over goblets of red wine on the beach
with seashells and stones we'd collect and place along
the window sills as if they'd grow softer in moonlight.
I read Tu Risa wanting to trace your laughter back to
when I didn't need to write about the way we walked
together on our boardwalk, as if the sea didn't matter,
paying no attention to the senate of stars governing us.
Then I turn to a poem you book-marked with a petal,
flat as the page it kept and turning brown at the edges,
but its heart still scarlet and velvet with want, pressed
between titles: El Olvido/Oblivion and Siempre/Always.

domenica 6 marzo 2016

Pantoum by Randall Mann : The Poetry Foundation, trad. A. Panciroli


C' e è stato, in questi giorni, stante la discussione prima e l'approvazione poi della legge sui diritti civili, un gran parlare di politici ed esperti vari  e a vario titolo di gay, omosessuali , uteri in affitto, placente più o meno previe...
  Il livello del dibattito è stato infimo , il becerume l'ha avuta senza dubbio vinta  tra l'analfabetismo
dei politici ( vedi Scilipoti ed altri... sic!) e la sicumera delle gerarchie vaticane.

 Qui invece la tenera ironia di Randall Mann:



Randall Mann


Pantoum by Randall Mann : The Poetry Foundation:


 If there is a word in the lexicon of love,
 it will not declare itself.
 The nature of words is to fail
 men who fall in love with men.

 Se una parola esiste nel lessico d'amore,
 non è poi così evidente.
 La natura delle parole è di deludere
 gli uomini che amano altri uomini.

Non è poi cosi evidente,
la parola perfetta. Fidanzato  sembra ridicolo:
 uomini che amano altri uomini
si meritano qualcosa un po' più formale.

La parola perfetta? Fidanzato ? Ridicolo.
Ma partner è...troppo serio -
ci meritiamo qualcosa di meno formale,
molto più innamorato dell'amore.

Ma se partner è troppo serio,
allora amante suggerisce soltanto amore,
è troppo innamorato dell'amore.
C'è vita anche fuori da una camera  da letto,

e amante implica soltanto sesso.
Ci rimane compagno di stanza, oppure amico.
C'è vita, tranne che in camera da letto.
Amico mio  e di rado parlo di un altro.

Mi resta compagno di stanza, amico mio.
Se una parola esiste nel lessico d'amore,
amico mio   e di rado parlo di un altro.
La natura delle parole è di deludere.


                                                         §          §         §          §

Su questo blog , sempre di Randall Mann :Breakfast with Thom Gunn  e The end of landscape



Il Pantoum è una forma poetica che deriva dal pantun, una forma di versificazione originaria della Malesia ,  (  Pantoum su Wikipedia , in inglese.)

lunedì 23 novembre 2015

NICHOLAS MOORE, THE ORANGE BED, Ouside the errant window..., trad .A Panciroli






Per problemi di copyright non pubblichiamo i testi originali , comunque facilmente reperibili in  http://www.aprileye.co.uk/TheOrangeBed.pdf






Fuori la finestra vagante piange il tasso,
e nel danzante roseto, classiche ninfe
si esibiscono nel loro romantico pas de deux.
Ed un odore  riempie la notte di giacinti,
e sul verde prato camminano rosei piedini,
bagnati dalla rugiada e lavati dalle olmarie;
           Una fila d'alberi di bosso si staglia sul fondo.

Intanto c'è un libro accanto al letto,
una scatola di cioccolatini, ed una mela rossa;
la grassona si stira, lascia il libro a metà ,
e si riempie la mente coi ricordi della gente,
mentre una mano tenera avanza piano verso la scatola
e prende un altro cioccolatino. Le clematidi gentilmente
           sbattono contro le finestre.

Il letto è arancio e la stanza è piena
di profumi; ora  almeno il mondo riprende
le sue forme normali. Lei legge ancora, del noioso
trionfo  dell' omicidio, dei cadaveri nella camera chiusa.
Fuori  si sente un fischio nel buio,
le baruffe e gli schiaffi degli amanti nel parco ,
                  che lei disapprova.

La notte è finita ed il giorno si prolunga
in un altro giorno. Prendendo la pistola
dalla mano rigida, Detective Fax pretende
di aver lasciato il fotoromanzo e la palla di cristallo
                                                               della zingara,
nota la mela sulla poltrona accano al letto,
il libro mai finito, la cioccolata  che aspettta
           una mano che la muova e la rimuova.

Mr.Detecive Fax è magro e annoiato
dall'attesa; porta la mela alla bocca;
ne ha una opinione migliore; prende il libro, che racchiude
uno sciame di crimini, ricorda la sua giovinezza amara;
fuori nel frattempo gli amanti passano ancora,
con altro miele, indifferenti ad ogni dolore,
                      o del crimine tra i loro amori.

I bossi si stagliano come gnomi contro la luna,
duri piccoli alberi dalle forme contorte. Presunto
suicidio,  di una mente malata. E presto
il letto arancione ancora sarà illuminato
dalla luce delle gioie d 'amore; e la morte
dimenticata per sempre, il libro non letto,
                   e la carne sarà i pani ed i pesci.












                                                                     

martedì 4 agosto 2015

Charles Simic, A Book Full of Pictures, trad. A. Pancirolli

                             




 A Book Full of Pictures



Father studied theology through the mail
And this was exam time.
Mother knitted. I sat quietly with a book
Full of pictures. Night fell.
My hands grew cold touching the faces
Of dead kings and queens.

There was a black raincoat
      in the upstairs bedroom
Swaying from the ceiling,
But what was it doing there?
Mother's long needles made quick crosses.
They were black
Like the inside of my head just then.

The pages I turned sounded like wings.
"The soul is a bird," he once said.
In my book full of pictures
A battle raged: lances and swords
Made a kind of wintry forest
With my hearth spiked and bleeding in its branches.






Un libro di figure

Mio padre studiava teologia per posta
ed era giunto il momento degli esami.
Mia madre sferruzzava. Io sedevo in silenzio con un libro
pieno di figure. Cadde la notte.
Le mani mi diventavano fredde sfiorando i volti
di re e regine morti.
C'era un impermeabile nero
al piano di sopra
che pendeva dal soffitto.
Ma cosa ci faceva là?
Mia madre faceva rapida croci all'uncinetto
Erano nere
come l' interno della mia testa proprio in quel momento
Le pagine che giravo risuonavano come ali
" L' anima è un rondine", disse una volta.
Nel mio libro pieno di figure
infuriava una battaglia: lance e spade
creavano una specie di foresta gelida
col mio cuore trafitto e sanguinante tra i rami.




sabato 4 ottobre 2014

Una Roma ventosa e solitaria ..., di James Waldeen, trad. A Panciroli


  

Una Roma ventosa e solitaria è l'occasione per tornare a scriverti di nuovo, dopo così  tanto tempo, scriverti di come, in questi giorni mi si fissino, coagulino quasi, in certi particolari momenti, i sentimenti più disparati: niente ripensamenti, niente ricordi, piuttosto il senso di una continuità che ci prende nel suo inarrestabile corso.
 E allora mi scorrono davanti giorni pieni di amore e speranza, altri vuoti e senza vita, e mille domande affollano le mie vene ed urgono di risposte che già so introvabili. Talvolta sembra che tutto debba una chiarificazione esplosiva ed illuminante, e che la mia via e la mia vita siano segnate in modo finalmente sicuro e pieno, ma ecco, naturalmente, che ogni segno, ogni traccia svaniscono nei dubbi e nei sogni incompiuti...


Una rara immagine di J. Waldeen
Foto dell'autore

Mi ritrovo in preda ai soliti amletici interrogativi. Solo una cosa è certa e sicura: la nostra amicizia, che va affrontando, è inevitabile, ostacoli ed avversità, ed è sofferta ma generosa, contorta e guizzante, e luci ed ombre ne coprono e ne svelano i segreti e le menzogne, le verità folgoranti, le tentazioni; peccati e tradimenti la umiliano, e slanci ed amore la innalzano; ed è così disperatamente umana e  tenera, così fragile ed invincibile, quasi fuori dal tempo, sembra  viva come una cosa a sé indipendente da noi e dagli altri e dalle innumerevoli traversie della vita.




 NdT:James Waldeen, nato a Chattanooga ( Tennessee) nel 1945 è un poeta relativamente poco conosciuto; praticamente introvabili i suoi versi in Italia, d' altronde ormai rari anche negli Stati Uniti. Anche sul Web è difficilissimo, se non impossibile, reperire sue notizie. Su Google si trova sempre nelle ultime pagine , a volte neanche in quelle. Unica raccolta conosciuta " The Man Who Watched Trains Go By" .

domenica 6 luglio 2014

THE BRANCUSI MONUMENTS AT TIRGU JIU, By Peter Riley, ( THE DANCE at MOCIU) ,trad. A.Panciroli



I MONUMENTI DI BRANCUSI A TIRGU JIU





Constantin Brancusi / Self Portrait


Tutte le guide turistiche lo dicono, questo è tutto quello che la città può offrire. Tutto quello che ha, glielo ha donato Brancusi: un arco di pietra, un viale, un tavolo di pietra con dieci sedili intorno dal'altra parte della città, una colona d'acciaio  alta e slanciata.

Un arco di calcare quadrato attraverso il quale si entra in un viale ricavato tra gli alberi del parco cittadino, con panchine in pietra poste a delimitarne i margini, viale che conduce ,sul lato più lontano del parco, ad un  tavolo di pietra circolare, il Tavolo del Silenzio, con intorno dieci sedili simili, appena prima di un argine erboso. Risalendo l'argine si trova il fiume, assai ampio qui, qualche fabbrica e qualche palazzo in lontananza sulla riva opposta.Volgendosi e guardando indietro il viale  verso l'arco vi troverete rivolti verso la Colonna Senza Fine, dall'altra parte della città, ma non riuscirete a vederla.

L'arco (come la colona) è una costruzione di disegni. Linee verticali che girano come  a drappeggiare su cerchi verticalmente divisi in due  e  descrivono  un'armonia platonica proposta come il fondamento di una nuova struttura pubblica, alla fine della guerra.  La colonna, che tu la veda o che tu la  conosca, al di là dei palazzi sull'altro lato della linea ferroviaria, è un segno di appartenenza definitiva,  la croce del "qui" che arriva sino al cielo. Se non la conosci, o non riesci a vederla, non sarai in sintonia con la città.




Io sono veramente soddisfatto della città.

Risiedevamo  in un mostruoso albergo in cemento appartenuto al Partito pieno di spazi  inutilizzati e scale buie. A sera uscivamo dall'hotel  spinti dalla fame,  per vagare nel grande spazio centrale della città cercando inutilmente un posto dove mangiare  ( nessuno può permettersi di mangiare fuori nelle città romene), e ammiravamo tuttavia il grande spazio pubblico privo di traffico con la gente che passeggia e ragazzini in bicicletta, come se una moderata povertà favorisca la calma e la sicurezza.
Poi vedevamo un paio di coffee bar prossimi alla chiusura, un fornitissimo negozio di alimentari, ci compravamo in una piccola bottega una bottiglia di vino rosso dolce e trovavamo alla fine una piccola pizzeria di fronte all'albergo, amichevole e lenta. E ho dovuto ammettere che qui ero un ricco, quando in patria non potevo permettermi niente. Ed essere ricco con niente da poter comprare mi ha rimesso al mio posto.

E tornavamo ad aprire la finestra al secondo piano per guardare fuori mentre sorgeva l'oscurità  tra gli edifici sotto di noi, che sembravano scarsamente abitati se non del tutto vuoti,i  giardini trascurati, i corvi sulle cime degli alberi sopra le strutture di Brancusi che facevano un fracasso del diavolo.

La mattina seguente la terza battaglia per farci comprendere  colazione produsse  infine una ...salsiccia.
Sedevamo a tavola su di un lato di una tetra, buia, inutilizzata sala da ballo con un bar assai sfornito, un televisore a tutto volume come sempre ed un palco vuoto in cui faceva mostra di sè un tappeto. Tutti  le altre persone  erano di sesso maschile e assomigliavano a lavoratori  immigrati. Sulla parete marrone, dietro a dove l'ultima band aveva suonato, erano rimaste incollate delle stelle di carta argentata , piuttosto lacere adesso, e sembrava come se qualcuno le avesse tagliate con le forbici da un incarto della cioccolata.

Ma quella splendente luce del mattino che rende un bel luogo ogni misera città,  ci rimise in sesto. L' Arco dell Abbraccio, di nuovo il viale, il tavolo di pietra vuoto e silenzioso come  se stesse aspettando per settanta anni l' incontro che risolverà tutte le nostre divergenze. Seguiamo le istruzioni di Brancusi e camminiamo lungo il viale fino a passare sotto l'arco e poi dritti attraverso la città: oltre l'albergo,  attraverso la piazza della cittadina ed i suoi negozi mezzi vuoti in un distratto movimento mattutino; poi una strada di palazzi di  non meglio specificate istituzioni, fino a deviare sull'altro lato di una sgraziata chiesa del 19° secolo, a di nuovo dritti attraverso i piccoli sobborghi del centro, un pò di case rurali, ed infine attraversiamo la ferrovia dove la strada finisce nell'altro parco, l'altro spazio. E lì, di fronte a noi, mezzo chilometro di erba alta, la colonna.




La colonna è racchiusa da una impalcatura. Un campo di baracche temporanee e grandi roulotte delimitati in una barriera d'acciaio si stendeva ai suoi piedi. Osservare attraverso l'impalcatura permette di vedere che la colonna è completamente impacchettata, ed è invisibile. Un avviso multilingue spiega che la colonna deve essere restaurata poiché stata attaccata dalla ruggine. L'impresa di restauro ha sede a Parigi e gode di finanziamenti internazionali da parte dell' Europa occidentale. Un messaggio da posti dove siamo sempre in cerca di ragioni per spendere denaro.

E cosa accade agli schemi di Brancusi, ai suoi interventi allegorici, quando non hai in mano nessuna delle sue affermazioni o nessuna delle  analisi artistiche mondiali ma te ne stai in una abbastanza desolata città romena avvolta nei suoi imperscrutabili affari in una mite mattina con queste forme e queste linee di fronte ai tuoi occhi, che non sono così differenti dopo tutto dalla maggior parte delle forme e delle linee che possiamo vedere in tutto il mondo, nei parchi di piccoli paesi, negli alberi..(omissis).sempre che tu possa vederle?

... Ma cosa vedi, quella particolare linea curva che taglia in due quel cerchio che si ingrandisce in maniera unica nel travertino color panna lucido come la lucentezza della pelle umana... diagrammi di affetto che prendono il posto dei trionfi di un arco militare, una nuova fondazione dello stato... Io penso che queste semplici forme ci convincono che ciò che condividiamo in generale è il vero fondamento di quel che siamo.

---------------------------------------------------------------


Il restauro della Colonna senza Fine ( In Inglese)

Peter Riley sul blog riley-dawn-crows-of-cluj
                         
                            KALOTASGEZ

                            OCNA SPA

                            i-am-poet-from-carpathian

                         

sabato 19 aprile 2014

da The Dance at Mociu, di Peter Riley, " KALOTASZEG", trad A. Panciroli







Le basse colline incise da terrazzamenti, ormai 
trascurati, invasi dalle erbacce. La mancanza di
giovani per lavorare la terra, andati a
a lavorare nei cantieri delle città. Uomini
e donne,magri, contorti, anziani
che coltivano patate in strette strisce 
di terra sul fondovalle. Ti salutano, come
sempre, e in due lingue.

Un avvallamento piuttosto che una valle, un lungo
solco poco profondo , dove crescono granturco e patate
nel fondo tra gli alberi da frutta, e pastori
che custodiscono  piccoli greggi sui bordi.
E' talmente tutto consumato e quasi tetro
che dobbiamo costantemente ricordare a noi stessi
che questo è veramente Kalotaszeg, un nome che per noi
significa una musica particolarmente ricca e sofisticata,
con la sua immensa dignità e rimorso, la sua
aria come di nobiltà amareggiata.

I giovani se ne sono andati, lasciando
i genitori a lavorare nei campi. Divenuti
lavoratori emigranti, autisti di camion su lunghe
distanze, con la stessa pazienza, la stessa strada
scolpita nella speranza, l'eleganza di un fastigio,
la radiosità di gesti aggraziati tagliati attraverso la necessità
Quando raggiungiamo il paese ( Magyarvalkò)
tutti i fastigi, che danno sulla strada, sono decorati
con strutture semicircolari a raggi sotto le grondaie,
con vasi eleganti e figure dalle forme di uccelli
forati simmetricamente attraverso le assi di legno.

Ornamento cosmico. L' universo
in attesa, dietro l'angolo
sopra la collina, fuori vista. Cartelli di
benvenuto sulla colonne dei cancelli. E una
fattoria collettiva abbandonata con
una fila di grandi macchine agricole in disfacimento
in un capanno, del tutto inadeguate per l'uso
in questo tipo di terreno. E da qualche parte,
l'universo in attesa, le oche appollaiate intorno
al distributore del paese, la donna che
cammina a grandi passi sulla collina due volte
al giorno per caricare l'orologio della chiesa,
la coppia di vecchi che attende il ritorno dei figli.

Come il sole e la neve, che girano
uno appresso l'altro.



martedì 4 febbraio 2014

Mute remains destiny....



Mute remains destiny in poets’  verses

Mind invaded stays silent and
day after day man disappears .
And it’s so vain every
poem, every  glare
at the green estuary
of the river.
Mute remains
destiny
in poets’ verses.

Unknown

Unknown.

Her eyes
of swamp water.

by Alessandro Panciroli

Translation by Ipazia

giovedì 10 ottobre 2013

MARK STRAND, Moon, trad. A. Panciroli



Moon,  Mark Strand



 Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.









Apri il libro della sera alla pagina
dove la luna, sempre la luna, appare

tra due nuvole, muovendosi così lentamente che sembrerà
siano trascorse ore prima di arrivare alla prossima pagina

dove la luna,  più luminosa adesso, apre un sentiero
per portarti via da ciò che hai conosciuto

in quei luoghi dove quel che desideravi veramente accade,
la sua sillaba solitaria come una frase in equilibrio

sul ciglio del significato, nell' attesa di pronunciare il suo nome
ancora una volta quando alzando gli occhi dalla pagina

chiudi il libro, e senti ancora come era
restare in quella luce, in quel repentino paradiso del suono.

mercoledì 11 settembre 2013

KELVIN CORCORAN, After the final mountains we roll down to the sea








Dopo le ultime montagne ci precipitiamo verso il mare
sulla strada di Aeropoli appena a sud di Kalamata nella zona del Taigeto,
e questa sarà  la precisa poesia di quel viaggio,
la prima di una serie di cui sette canzoni nel viaggio saranno parte
come se la tua intera vita fosse arrivata sulla marea scintillante.

La strada volta in un certo modo e tu vedrai tutto,
lungo questa costa dove Dei e lattanti vengono lavati sulla riva
fuori dal cielo fra i portoni d'abbandonati villaggi,
potrai fermarti e comprare arance, miele, patate
dall'ultimo sopravvissuto di questi luoghi spopolati.

Tra i pascoli e gli oliveti il mito prende piede,
i sentieri tra le colline portano qui, se puoi arrampicarti pian piano;
il serpente  rinnova se stesso e uccelli polifonici cantano,
strofa dopo strofa nel mese più bello per viaggiare per mare,
il mondo si leva in una nota singola che si spezza sottoterra.

La strada volta in un certo modo - sbagliala e morirai;
i riti fanno alzare il popolo della terra, incomprensibili al limite,
e la voce dal pozzo chiede - cosa cercate?
la strada è tracciata da risposte chiare ed inutili,
come se nulla potesse trattenerci  dalla grande discesa.

là dove la terra ha fine il fratello di Elena ci cerca,
camminando a grandi passi sui contorni del mare, così narrano;
mentre candide onde esplodono contro i muraglioni del porto
una ragazza da Cythera si alza, dall'epicentro,
e ci lascia fradici e splendenti nel timore.

sabato 31 agosto 2013

KELVIN CORCORAN, Hotel Byron , da For the Greek Spring


Hotel Byron



From Hotel Byron the wind slips over red tiled roofs

bearing us back into port, one more day.

The red and black banners of the KKE

stretched tight as sails above each street,

— they think Lenin lives still in Moscow,

nobody tells them, so they think it still.

Above the sea, a village of old people,

— You Italiani? America? No, Anglos.

No bakery here, at night the dark sea speaks;

no pirates, no Turks, no baker.

Our faces sunk in Saronic blue,

we suffered confusion, the last car fading.

Small boats scud and arc across the bay of light

and you make those shapes with your mouth that I love.

*

Laconic

Kranai Marathonisi isle of fennel

one fisherman the still waters of Githyon

the sun rising

Kranai, Helen said, so

tell me now and I won’t ask again

and with morning they sailed into myth.

*

The choir of many voices sing

my heart is broken, oh

the bird flies from the clearing.11

How one sound, all my life I’ve heard

our mouths close around many shapes

possessed by death, by vengeance song.

Deepest octosyllabic land

oh my heart is, the sea rages

make me see what’s in front of my face.

*

In the fast channel of Despotikon

I married the sea, the gold circle sank

to surface in a dream all night.

Out of corrugated light; give it back.

Its white absence aches on my finger,

stolen from sense to the sea bed.

If I could work it out

I would know you again.

There is:

the apparent surface of the water;

the light in the body of the water;

the unknown ground under the water.

It sank because it was an object.

It cannot be lost, love has no weight.

It sank into irretrievable regret.

Give it back.

*

By Monday, at the end of the world,

falling in the dizzy air of Cape Matepan,

the lighthouse, the cornflowers alight like blue sparks,

no birds calling the last step down

drowns us into the submarine cave called hell.

You can get into hell. It’s not literature.12

Each separate light a white path on the sliding waves.

At the end of the world, ships pass bound for Crete,

blue devices low in the water following a strange trade.

We lost track of days and the meaning of number,

heads empty to the waves speaking the first language of sense;

island to island white spume ripples the shore,

a whole country rising up in free association.



Hotel Byron




Dall'Hotel Byron il vento scivola sui tetti di tegole rosse
riportandoci in porto, per un giorno ancora.
Gli striscioni rossi e neri del KKE
allungati e tesi come vele sopra ogni strada,
- credono che a Mosca Lenin sia ancora vivo,
nessuno glielo ha detto, così lo credono ancora.

Oltre il mare, un villaggio di vecchi.
- Voi Taliani? Mericani? No, Angli.
Non c'è fornaio qui, la notte il mare oscuro parla;
nessun pirata, nessun Turco, nessun fornaio.

I nostri visi sprofondati nel blu di Salonicco,
ci smarrimmo confusi, mentre l'ultima auto scompariva.
Minuscole barche caracollano e  attraversano rapide la baia di luce
e tu  con la bocca fai quelle piccole smorfie che amo.






Laconia

Kranae           Marathonisi        isola di finocchio
un pescatore                    l'acqua calma di Githyon
il sole che sorge

Kranae, disse Elena, allora
parlami presto e non chiederò più
e domattina partiranno verso il mito.

                                                    ***                                                     

Il coro di molte voci canta
il mio cuore è spezzato, oh
l'uccello vola dalla radura.

Come un unico suono, per tutta la mia vita ho sentito
le nostre bocche chiudersi intorno alle molteplici forme
possedute dalla morte, da una canzone di vendetta


Più profonda ottosillabica terra,
oh, il mio cuore è, le tempeste del mare
mi lasciano vedere  ciò che è davanti al mio volto.


***

Nel rapido canale di Despotico
ho sposato il mare, l'anello d'oro è affondato
per riemergere in un sogno durato tutta la notte.
Fuori dalla luce ondulata; datemelo indietro, vi prego.

Sul mio dito è acuto dolore la sua bianca assenza,
rubato dai sensi giù nel letto del mare.
Se solo  potessi riaverlo.
ti riconoscerei ancora.

Qui è:
la chiara superficie dell'acqua;
la luce nel corpo dell'acqua;
l'ignoto terreno sotto l'acqua.

E' affondato poiché era un oggetto.
Non posso averlo perduto, l'amore non ha peso.
E' affondato in un irreparabile rimorso.
Datemelo indietro, vi prego.


***




Lunedì, alla fine del mondo,
precipitando nell'aria vertiginosa di Capo Matepan,
il faro, i fiordalisi brillano come scintille blu,
nessun canto d'uccelli, l'ultimo gradino in basso
ci annega nella grotta sottomarina chiamata inferno.
Potete arrivare nell'inferno. Non è letteratura.
Ogni luce distinta un bianco sentiero sulle onde in arrivo.

Alla fine del mondo, la navi passano dirette a Creta,
congegni blu bassi nell'acqua dopo un inusuale commercio.
Abbiamo perduto traccia dei giorni e del significato dei numeri,
le teste vuote verso le onde che parlano il primo linguaggio del senso;
da isola ad isola la bianca spuma  increspa la riva,
un'intera nazione si rialza in libera associazione.











giovedì 22 agosto 2013

Riley...



Peter Riley




The sea noise ringing in our ears / the return a cadence 
of the departure or the song thus broken. Always at 
that opening to the whitechapelled sea the spirit enters 
its turbulence, and / little owls on the electricity wires.



Il rumore del mare ci risuona nelle orecchie / la strofa un ritmo
di ripartenza oppure  la canzone così interrotta. Già
 a quell'aprirsi verso il mare della bianca chiesetta lo spirito inizia
la sua agitazione, / e i piccoli gufi sui cavi elettrici.



Something almost forgotten, making possible a dazzling 
sanity / A buzzard swoops over an abandoned monastery 
garden in the hills, like a jet passing. ‘Whoosh!’ / 
Keeping an eye on the fig tree // Gods came this way 
and scored the earth / with our amalgamated desires / 
each for all / and the stars, struggling all day to get out 
of the sea. 


Qualcosa di quasi dimenticato, rendendo possibile una abbacinante
saggezza / Repentino dalla collina scende un bozzagro
 sul giardino di un monastero abbandonato , sibila / come passasse un aeroplano.
scrutando dall' alto un albero di fico // Gli Dei  arrivarono in questo modo
ed incisero la Terra  / con i nostri desideri mescolati /
ognuno per tutti / e le stelle,  tutto il giorno lottando per fuggire dal mare






martedì 20 agosto 2013

Ancora Riley...







...as the sea of Peter Riley is narrow, dark and obscure  ( J. Waldeen)


Greek Passages is a set of 105 prose-poems derived from four sojourns in Greece, mostly in the vicinity of Argos and thus at the hub of early Greek power. The structure is entirely diurnal, building each poem from the day’s events, so that cognizance of monumental historical figures and events infiltrate from outside into notes of fauna, ruins, the news, books about Greece or not, American music listened to, pleasant dinners, dreams of northern England etcetera. Two shorter stays on the west coast of the Peloponnese furnish beginning and ending sections of a gentler, more lyrical cast, and there are interruptive excursions, mostly to the remains of cities and wars. Everywhere what is presented to the eyes is the starting-point for a poetical process creating lenses in location and sense.
Greece is not elsewhere, it is there at the bottom of the garden; we speak it every day, and its stories are meshed into our meanings. The very words we use echo the passage of populations from east to west and back across Greece, entwined with further movements between Africa and the North . . . These things impinge centrally on rhapsodies of distance and peace.
                                                                                                                                                           
                                                                                                                                                          (Peter Riley)


And at evening the sky falcon stands over the bay / sun 
sinking into meaning. The lights go on in the houses / 
A man gets out of a boat onto the stones of the shore, 
walks over to the bar / and is recognised / A jovial 
shout goes up / embracing everyone, our welcome / A 
treaty is caught in the moment, and brought on into the 
dance / Slim as pencils, the leaves / throw themselves 
at the music.


Ed a sera il falco si leva alto sopra la baia / il sole
tramonta nel significato. Nelle case si accendono le luci /
Un uomo scende da una barca sugli scogli della riva,
cammina fino al bar / ed è riconosciuto / Si alza
un saluto gioviale / mentre ci abbracciamo, il nostro benvenuto /
 Un accordo è raggiunto all'istante, e portato nel
ballo / sottili come matite, le foglie / si gettano
nella musica




Thinking simple thoughts, like a dawn bird in my niche
I / set forth, stepping lightly / walking the shoreline,
testing the stability / of simple things, words, stones,
against each other, the light radiating between sea and
mountainside the air hot as blood / the very living
blood that bears our histories.



Ho in mente semplici pensieri,
 come un uccello dell' aurora nella mia nicchia
 Io /  mi metto in viaggio, calpestando leggero la battigia,
saggiando la stabilità / di cose semplici, parole, pietre,
una sull'altra, la luce che s'irradia tra il mare e
il fianco della montagna l'aria bollente come sangue / il vero
sangue vivo che sostiene le nostre storie.



Who was it, sailed from this harbour, who, / sailed out
/ together / Kelvin tell me / from this small harbour
that time / deep in the power / We threw all our money
into the sea // And what became of that / thing they
call love / what powers massed what quiet graves /
carried that emblem to the sides of the earth // Sea
surface tensed out, ultra- / marine against the white
walls, the wind ready, the boat edging out at the gap /
everything we ever owned / flung at eternity



Chi era colui, che salpò da questo porto,/  insieme a 
/chi salpò / Kelvin dimmelo / da questo porticciolo
quella volta / assorto nel potere / Noi gettammo in mare
tutto il nostro denaro // E cosa è accaduto di quella / cosa
che chiamano amore / quali poteri ammassati 
quali tombe silenziose /
recarono quello stemma ai lati del mondo // La superficie
del mare si calmò, blu oltremarimo contro le mura
bianche, il vento pronto, mentre la barca s'avanza verso il golfo /
ogni cosa che possedemmo / scagliata verso l'eternità

domenica 11 agosto 2013

Da GREEEK PASSAGES di Peter Riley, Argolide 2003




The narrow shore behind Lerna, barely room to walk between the sea and the tall fences of the orange groves / Cloudy day on the stones / and suffering shall cease / and we all return to a pre-Aurignacian repletion / end all this / advance, torment. // There is no path, it ends / squeezed between land and sea / a dark town across the bay / clumps of giant fennel, used in ancient
times for carrying fire, the pith inflammable and long burning, we trust it and it / ends and we turn back, one by one it ends. / Roy Fisher * hears me, up in the northern hills / and turns to pat / the dog that died.


Lerna shore / Panoramio




La stretta spiaggia dietro Lerna, spazio a malapena per camminare tra il mare e gli alti recinti degli aranceti /  Giorno nuvoloso sugli scogli / ed il dolore avrà fine / e tutti noi torneremo ad una sazietà pre- Aurignaziana / termine di tutto questo / progresso, tormento.// Non c'è sentiero, qui termina, stretto tra terra e mare / una città oscura oltre la baia / cespugli di finocchio gigante, usati nei tempi antichi per trasportare il fuoco,  la polpa infiammabile e che brucia a lungo, noi lo  crediamo e / qui termina  e torniamo indietro, uno alla volta qui termina. /  Roy Fisher mi sente, sulle colline a nord / e si volta per accarezzare / il cane che è morto.


______________________
Roy Fischer




domenica 28 luglio 2013

BECUNE POINT, II , by Derek Walcott


Becune Point, by D. Walcott



BECUNE POINT, II


The incredible blue with its bird-inviting cloud,
in which there are crumbling towers, banners and domes,

and the sliding Carthage of sunsets, the marble shroud
drawn over associations that are Greece’s and Rome’s

and rarely of Africa. They continue at sixty-seven
to echo in the corridors of the head, perspectives

of a corridor in the Vatican that led, not to heaven,
but to more paintings of heaven, ideas in lifted sieves

drained by satiety because great art can exhaust us,
and even the steadiest faith can be clogged by excess,

the self-assured Christs, the Madonnas’ inflexible postures
without the mess of motherhood. With this blue I bless

emptiness where these hills are barren of tributes
and the repetitions of power, our sky’s naive

ceiling without domes and spires, an earth whose roots
like the thorned acacia’s deepen my belief







L'incredibile blu e per gli uccelli il sicuro invito di una nuvola,
con le sue torri pericolanti, e gonfaloni e cupole,

e la scivolosa Cartagine dei tramonti, il sudario di marmo
steso su associazioni che appartengono a Grecia e Roma

e raramente all' Africa. A sessantasette anni continuano
a rimbombarmi nei corridoi della testa, prospettive

di un corridoio in Vaticano che conduce, non in Cielo,
ma ad altri dipinti del Cielo, idee in un setaccio alzato

scolato dalla sazietà perché la grande arte può logorarci,
ed anche la fede più costante può essere intasata dall'eccesso,

i Cristi troppi sicuri di sè, le inflessibili posture della Madonna
senza il caos della maternità. Con questo blu io benedico

il vuoto dove queste colline sono aride di riconoscimenti
e le ripetizioni del potere, la base delle nubi del nostro cielo

ingenuo senza cupole e guglie, una terra le cui radici,
come quelle delle acacie spinose, rinforzano la mia fede.

sabato 27 luglio 2013

Becune Point by Derek Walcott










In an interview with Rose Styron in 1997, Derek Walcott described the place where he lives in St. Lucia as “here . . . near the sea, up at Becune Point.” Becune Point juts out to sea at the northwest tip of St. Lucia. It is open to the sea on three sides and looks out to Pigeon Island and the ghosts of St. Lucian history Walcott unearthed through Major Plunkett’s dreams of a soldier ancestor stationed at Pigeon Island during the Battle of the Saintes. The house in which he lives was purchased shortly after his being awarded the Nobel Prize. As Hilton Als described it in the New Yorker in 2004:

Walcott’s house is actually three houses resting on a bluff above the sea. There’s the main house, where he and Sigrid eat and sleep; his studio; and another little house, for guests. At the center of the structures is a white lap pool. The interior of the main house is dark, and the rooms are like cabins on a ship. There are couches and bookcases. Walcott’s studio has a loft with a bed. On the lower level, where he works, some of his paintings are stacked on the floor or tucked into big wooden flat files. His manual typewriter, an Olivetti, faces the sea. Sigrid told me, “When Derek won the prize, he said, ‘Quick, find a house!’ He never really owned much of anything before.”





We set out to walk to Becune Point, looking for the spot from which Walcott had painted his beautiful watercolors of the Point-that “incredible blue with its bird-inviting cloud” as he writes in Omeros. We started our walk at the old Great House at Cap Estate, formerly a 1,500 acre plantation now subdivided into lots for luxury homes. Next to the house (now a restaurant) stands the open-air Derek Walcott Center Theater.


We made our way down the hill past a housing development , heading towards the sea and the Point. A young man on horseback pointed us in the direction of the water, where, as if in a vision, we found the horses Walcott describes in his St. Lucian epic....

Questa introduzione è presa da REPEATING ISLANDS http://repeatingislands.com/2009/03/24/derek-walcott-and-becune-point/




Becune Point
BY DEREK WALCOTT

Stunned heat of noon. In shade, tan, silken cows
hide in the thorned acacias. A butterfly staggers.
   
Stamping their hooves from thirst, small horses drowse
or whinny for water. On parched, ochre headlands, daggers

of agave bristle in primordial defense,
like a cornered monster backed up against the sea.

A mongoose charges dry grass and fades through a fence
faster than an afterthought. Dust rises easily.

Haze of the Harmattan, Sahara dust, memory’s haze
from the dried well of Africa, the headland’s desert

or riders in swirling burnooses, mixed with the greys
of hills veiled in Impressionist light. We inherit
 
two worlds of associations, or references, drought
that we heighten into Delacroix’s North Africa,

veils, daggers, lances, herds the Harmattan brought
with a phantom inheritance, which the desperate seeker

of a well-spring staggers in the heat in search of—
heroic ancestors; the other that the dry season brings

is the gust of a European calendar, but it is the one love
that thirsts for confirmations in the circling rings

of the ground dove’s cooing on stones, in the acacia’s
thorns and the agave’s daggers, that they are all ours,

the white horsemen of the Sahara, India’s and Asia’s
plumed mongoose and crested palmtree, Benin and Pontoise.

We are history’s afterthought, as the mongoose races
ahead of its time; in drought we discover our shadows,

our origins that range from the most disparate places,
from the dugouts of Guinea to the Nile’s canted dhows.






Stupefatta arsura del mezzogiorno. Nell'ombra, mucche pezzate dal serico mantello
si nascondono tra le acacie spinose. Vacilla una farfalla.

Pestando gli zoccoli per la sete, cavallini sonnecchiano
o nitriscono per l'acqua. Sui promontori riarsi, color d'ocra, gli aculei

delle agavi si rizzano in primordiale difesa,
come un mostro con le spalle al muro appoggiato contro il mare.

Una mangusta ruba un poco d' erba secca  e svanisce traverso uno steccato
più veloce di un riflesso. Polvere si alza indifferente.

Foschia dell' Harmattan, polvere del Sahara, foschia della memoria
dai pozzi prosciugati d'Africa, il deserto del promontorio

o cavalieri in mantelli volteggianti, confusi con i grigi
delle colline velate da una luce Impressionista. Noi ereditiamo

due mondi di associazioni, o di riferimenti, la siccità
che esasperiamo nel Nord Africa di Delacroix,

e le vele,i  pugnali,le lance, che raduna il vento di Harmattan portato
con irreale retaggio, in cui il cercatore disperato

di una fresca sorgente barcolla nella calura alla ricerca di --
eroici antenati; l' altra cosa che la stagione secca porta

è la raffica di  un calendario Europeo, ma è il solo amore
che ha sete di conferme negli anelli volteggianti

del tubare delle tortore  sulle rocce, tra le spine
delle acacie e gli aculei delle agavi, e sono tutti nostri,

i bianchi cavalieri del Sahara, la mangusta pelosa e
la palma crestata d'India e d'Asia, Benin e Pontoise.

Siamo il riflesso della storia, come la mangusta corre
in anticipo sui tempi; nella siccità scopriamo le nostre ombre,

le nostre origini che spaziano dai luoghi più diversi,
dalle piroghe della Guinea al curvo sambuco del Nilo.



giovedì 13 giugno 2013

da THE SCHOONER FLIGHT, di Derek Walcott, " The Flight Anchors in Castries Harbor"






StarS over Harbor /  Kenneth Turner
MDA Art Collection






















7 The Flight Anchors in Castries Harbor

When the stars self were young over Castries,
I loved you alone and I loved the whole world.
What does it matter that our lives are different?
Burdened with the loves of our different children?
When I think of your young face washed by the wind
and your voice that chuckles in the slap of the sea?
The lights are out on La Toc promontory,
except for the hospital. Across at Vigie
the marina arcs keep vigil. I have kept my own
promise, to leave you the one thing I own,
you whom I loved first: my poetry.
We here for one night. Tomorrow, the Flight will be gone.






Quando su Castries erano giovani anche le stelle
amavo solo te ed amavo il mondo intero
Cosa importa se le nostre vite sono così diverse?
Oppresse dall'amore di figli così diversi?
Quando penso al tuo viso giovane lavato dal vento
e alla tua voce che ride sommessa nel fragore del mare?
Le luci  si sono spente sul promontorio di La Toc
tranne che nell' Ospedale. Di fronte a Vigie
le arcate del porticciolo fanno la guardia. Ho mantenuto
la mia promessa , a te che per prima ho amato, lascio
la sola cosa  che possiedo: la mia poesia.
Stanotte staremo qui. Domani  la Flight partirà.

sabato 1 giugno 2013

THE SCHOONER FLIGHT di Derek Walcott, nella mia traduzione!!


Il traduttore de THE SCHOONER FLIGHT
A.Panciroli.


Non soddisfatto della traduzione, a volte veramente insoddisfacente, della traduzione de The Schooner Flight , ad opera di Roberto Mussapi per Adelphi Editore, ho deciso di tradurmela per conto mio!

In questo mio blog


 la mia nuova , fiammeggiante,traduzione della emozionante poesia di Derek Walcott.

Non è ancora completa, ma dateci un'occhiata!









martedì 14 maggio 2013

da THE SCHOONER FLIGHT , Out of the Dephts, di Derek Walcott, trad. A. Panciroli







Next day, dark sea. A arse-aching dawn.
“Damn wind shift sudden as a woman mind.”
The slow swell start cresting like some mountain range
with snow on the top.
                               “Ay, Skipper, sky dark!”
“This ain’t right for August.”
                                  “This light damn strange,
this season, sky should be clear as a field.”

A stingray steeplechase across the sea,
tail whipping water, the high man-o’-wars
start reeling inland, quick, quick an archery
of flying fish miss us! Vince say: “You notice?”
and a black-mane squall pounce on the sail
like a dog on a pigeon, and it snap the neck
of the Flight and shake it from head to tail.
“Be Jesus, I never see sea get so rough
so fast! That wind come from God back pocket!”
“Where Cap’n headin? Like the man gone blind!”
“If we’s to drong, we go drong, Vince, fock-it!”
“Shabine, say your prayers, if life leave you any!”

I have not loved those that I loved enough.
Worse than the mule kick of Kick-’Em-Jenny
Channel, rain start to pelt the Flight between
mountains of water. If I was frighten?
The tent poles of water spouts bracing the sky
start wobbling, clouds unstitch at the seams
and sky water drench us, and I hear myself cry,
“I’m the drowned sailor in her Book of Dreams.”
I remembered them ghost ships, I saw me corkscrewing
to the sea bed of sea worms, fathom pass fathom,
my jaw clench like a fist, and only one thing
hold me, trembling, how my family safe home.
Then a strength like it seize me and the strength said:
“I from backward people who still fear God.”
Let Him, in His might, heave Leviathan upward
by the winch of His will, the beast pouring lace
from his sea-bottom bed; and that was the faith
that had fade from a child in the Methodist chapel
in Chisel Street, Castries, when the whale-bell
sang service and, in hard pews ribbed like the whale,
proud with despair, we sang how our race
survive the sea’s maw, our history, our peril,
and now I was ready for whatever death will.
But if that storm had strength, was in Cap’n face,
beard beading with spray, tears salting his eyes,
crucify to his post, that nigger hold fast
to that wheel, man, like the cross held Jesus,
and the wounds of his eyes like they crying for us,
and I feeding him white rum, while every crest
with Leviathan-lash make the Flight quail
like two criminal. Whole night, with no rest,
till red-eyed like dawn, we watch our travail
subsiding, subside, and there was no more storm.
And the noon sea get calm as Thy Kingdom come




Il giorno appresso, il mare è scuro. Un' alba da strizzarti il culo.
" E questo vento maledetto che gira impazzito come il cervello di una donna".
Ondate lente che iniziano a frangere, sembrano le cime innevate
di una catena di monti.
                                  " Ehi, Comandante, il cielo è nero!"
"Non va bene in Agosto."
                               " Questa dannata luce così strana,
in questa stagione il cielo dovrebbe essere  chiaro come un campo"
Una razza velenosa galoppa e salta tra le onde,
la coda che sferza l'acqua,  in cielo gli albatross
con ampi giri fuggono veloci verso l'entroterra, e veloce
un nugolo di pesci volanti quasi ci piglia! Vince dice :" Hai visto?"
e un groppo di vento dalla nera criniera piomba sulle vele
come un cane su un piccione, e azzanna al collo
il Flight e lo scuote da capo a piedi.
" Gesù mio, non ho mai visto un mare diventare così mosso
e così in fretta! Quel vento arriva dalla tasca posteriore di Dio!"
"Dove ci porta il Capo? Sembra cieco!
Se dobbiamo schiattare, schiattiamo, Vince, fanculo!"
" Shabine, recita le tue preghiere, se ne hai ancora in serbo!"

Non ho amato abbastanza quelli che ho amato
Peggio del calcio di mulo del Kick-’Em-Jenny Channel
la pioggia  cade a scrosci sul Flight tra
vere montagne d'acqua. Se avevo paura?
I picchetti da tenda delle trombe marine che sorreggono il cielo
ondeggiano e tremano, le cuciture delle nuvole si strappano
e la pioggia  ci inzuppa e sento me stesso gridare:
"Sono il marinaio affogato nel suo Book of Dreams"
Ricordai loro delle navi fantasma, mi vedevo sprofondare
verso il fondo del mare pieno di vermi di mare, metro dopo metro,
la mascella tesa come un pugno, e soltanto una cosa
mi trattiene, mentre tremavo, la mia famiglia a casa, al sicuro.
Poi una forza simile a quella mi afferra e mi dice:
"Io vengo da gente semplice che ancora teme Iddio."
Fa che Egli, nella Sua potenza, salpi, con l' argano
della Sua volontà ,il Leviatano, quella bestia che sputa fuori
merletti dal suo letto sul fondo del mare; e quella era la fede
che un bambino aveva visto svanire nella chiesa metodista
di Chisel street, a Castries, quando la campana della baleniera
chiamava alla messa e, sulle panche dure come costole di balena,
cantavamo, con furia disperata, di come la nostra razza 
sopravviva alle fauci del mare,  della nostra storia e dei pericoli,
ed ora  ero pronto  a qualunque cosa la morte volesse.
Ma se quella tempesta aveva una forza, era tutta sul volto del Capitano,
la barba gocciolante di spruzzi, lacrime di sale negli occhi,
crocifisso al suo posto, quel negro aggrappato ben stretto
al timone, Dio mio! come Gesù sulla croce,
ed i suoi occhi feriti  sembravano piangere per noi,
ed io che lo nutro a Rum bianco mentre ogni cresta d'onda
con la sferza del Leviatano fa tremare il Flight
come i due ladroni. L'intera notte, senza riposo
con gli occhi rossi come l'alba, ma ora vediamo il nostro calvario
placarsi, è placato, la tempesta svanire, è svanita.
E il mare di mezzogiorno si calma mentre viene il Tuo Regno.



















sabato 4 maggio 2013

How a Poem is Written by Michael T. Young, trad. A. Panciroli


 Grazie alla cortesia di Michael T. Young , pubblichiamo la traduzione de HOW A POEM IS WRITTEN.
 Potete trovare l' originale della poesia sul blog di Adele,  http://adelekenny.blogspot.it/


Michael T. Young



COME SI SCRIVE UNA POESIA



1.   Sparpagliate un mucchio di parole su una pagina.
2.   Rielaborate le astrazioni non necessarie in metafore.
3.   Eliminate le metafore non necessarie.
4.   Inserite qualche virgola, delle virgolette e qualche punto e virgola.
5.   Abbreviate qualche frase troppo lunga.
6.   Allungate qualche frase troppo corta.
7.   Spostate due parole dal primo verso nel secondo verso.
8.   Una parola dal quinto verso spostatela invece nel sesto.
9.   Cancellate qualche virgola e cambiate i punto e virgola in punto.
10. Allungate di nuovo le frasi che avevate accorciato.
11. Le frasi lunghe che avevate accorciato allungatele di nuovo.
12. Fate diventare l'ultimo verso il penultimo, e scrivete un nuovo verso per
      la conclusione.
13. Cancellate le due parole modificate nel secondo verso perché richiedono
      un nuovo verbo ed una nuova versificazione dal verso 2 al verso 8.
14. Inserite una nuova metafora nel verso 13, il che vi obbliga a spostare tre
      parole nel verso 14 e una nuova versificazione dal verso 15 al 20.
15. Accorciate di nuovo le 2 frasi lunghe che avevate accorciato e poi 
      allungato di nuovo.
16. Invece di versi di circa dieci sillabe, rielaborate il tutto in modo
      da ottenere circa sei o sette sillabe per verso.
17. Questa è veramente una cattiva idea, rielaborate tutto per ottenere circa
      quindici sillabe per verso.
18. Anche questa è una cattiva idea, riportate tutto a circa dieci sillabe.
19. Passate un giorno intero a pensare se sia meglio che la poesia sia 
      strutturata in decasillabi sciolti o invece in versi liberi.
20. Togliete tutta la punteggiatura.
21. Cambiate il titolo cinque volte al giorno.
22. Rimettete la punteggiatura tranne le virgolette.
23. Inserite qualche nome di località per il sentire locale.
24. Togliete tutti i nomi tranne uno perché stridono con il resto.
25. Fate una croce dal primo verso fino al penultimo verso.
26. Riprendete l'ultimo verso, fatelo diventare il primo, e iniziate a 
      scrivere la poesia.



Michael T. Young was born in Reading, PA.  He moved to New York City in 1990.  He has published three collections of poetry: Transcriptions of Daylight (Rattapallax Press), Because the Wind Has Questions (Somers Rocks Press), and Living in the Counterpoint (Finishing Line Press).  He received a fellowship from the New Jersey State Council on the Arts and was twice nominated for a Pushcart Prize.  He received a William Stafford Award and the Chaffin Poetry Award.  His work has appeared or is forthcoming in numerous print and online journals including Coe Review, BigCityLit, Fogged Clarity, Off the Coast, The Potomac Review, and The Raintown Review..  His work is also in the anthologies Phoenix Rising, Chance of a Ghost, In the Black/In the Red and forthcoming in Rabbit Ears: TV Poems.  He lives with his wife and children in Jersey City, New Jersey.

( dal sito Web di M.T. Young)