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giovedì 11 ottobre 2018

La mia poesia più bella

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La mia poesia più bella?
Io non la scrissi.
Emerse dal profondo delle profondità.
La tacqui.
Masha Kaléko (Chrzanów 1907-Zurigo 1975)

lunedì 24 aprile 2017

AXIS

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AXIS
By Ray Gonzalez

Il vulcano del villaggio messicano di mia nonna
soffocò la città, sebbene lei fuggisse perché
l'asse della rivoluzione mandò la sua famiglia in esilio,

nuvole nere coprendo il loro viaggio verso il Nord.
L'asse della terra è un osso scheletrico che va
da polo a polo, come un braccio umano che resiste.

Il terremoto giapponese spostò l'asse della terra,
portando il Giappone dodici piedi più vicino al Nord America,
ogni giorno abbreviato di un secondo.

Quando un poeta disse che il passato non è mai accaduto
perché esso è sempre presente, l'altro proclamò che il passato
è nel futuro, l'asse curvandosi per permettere a queste parole

di saltare sull'acqua, come pietre lanciate da un ragazzo
in cerca di suo padre, l'asse dell'ieri affondando
le pietre che il ragazzo gettò attraverso lo stagno.

Traduzione di Ipazia


giovedì 1 agosto 2013

Vi saluto con Pessoa


Jago mi ha inviato il siffatto sms : "todas  as cartas de amor sao ridiculas..."

"Tutte le lettere d'amore sono ridicole..."

E' una frase tratta da una poesia di Pessoa, l'ho cercata su un suo libro di poesie che ho ma non l'ho trovata.
Ma voglio dirvi questo, con le parole di Marco Missiroli che ne cura l'introduzione:
C'è un giorno che cambia la vita di Fernando Pessoa: è l'8 marzo 1914. Quel pomeriggio il poeta ventiseienne si avvicinò a un comò alto e, dopo aver preso un foglio e una penna, cominciò a scrivere in piedi. Scrisse trenta poesie di filato, guidato da un'estasi che non è mai riuscito a definire. Non firmò con il suo nome ma con "Alberto Caeiro", uno degli eteronimi che Pessoa utilizzò nella sua esistenza. Non un altro se stesso ma un frammento di sè con un'autonomia letteraria, morale, sentimentale e soprattutto percettiva.

Beh, se c'è un episodio che possa riassumere in sè l'essenza della poesia, è proprio questo. Non trovate?


domenica 16 giugno 2013

For poetry'sake. The landays

   
    I call. You're stone.
    One day you'll look and find I'm gone.

    You sold me to an old man, father.
    May God destroy your home, I was your daughter.

Making love to an old man
is like fucking a shriveled cornstalk blackened by mold.

     Your eyes aren't eyes, They're bees.
     I can find no cure for their sting.

        Thanks to  Eliza Griswold who risked her life for poetry's sake. She went to Afghanistan,     dressed in burqa, and sat and listened to these poems recited and sung by Afghan women.

      Nella cultura afghana la poesia è venerata, in particolare, le forme letterarie che derivano dal Persiano o dall’Arabo. Ma il poema qui sopra è un distico popolare – un landay – un orale e spesso anonimo piccolo verso tratto da una canzone creata da e per le persone analfabete: le più di venti milioni di donne Pashtun che valicano incessantemente il confine tra Afghanistan e Pakistan. Tradizionalmente, i landays sono cantati ad alta voce, spesso accompagnati dal suono di un tamburo, che, insieme ad altri tipi di musica, fu bandito dai Talebani dal 1996 al 2001 e che, in alcuni luoghi, lo è ancora.
      Un landay ha soltanto alcune caratteristiche formali. Ciascuno di essi ha ventidue sillabe: nove nel primo verso, tredici nel secondo. Esso termina con il suono “ma” o “na”. Alcune volte il componimento è in rima ma il più delle volte non lo è. In Pashto, esso è cadenzato internamente di parola in parola in una sorta di ninnananna  a due versi che cela la crudezza del contenuto, che si distingue non soltanto per la sua bellezza, oscenità e arguzia, ma anche per la particolare capacità di articolare verità comuni circa guerra, separazioni, patria, dolore o amore. All’interno di questi cinque argomenti, i distici esprimono una furia collettiva, un lamento, una leggerezza faceta, un desiderio per la fine della separazione, una chiamata alle armi, che frustrano qualsiasi facile immagine di donna pashtun come nient’altro che un muto fantasma sepolto in un burqa blu.

I landays ebbero la loro origine tra nomadi e contadini. Essi erano cantati attorno ad un fuoco, dopo un giorno tra i campi oppure ad un matrimonio. Più di tre decenni  di guerra hanno indebolito una cultura e sparpagliato milioni di persone che non possono far ritorno ai loro villaggi. Il conflitto ha anche contribuito alla globalizzazione. Ora le persone condividono i landays virtualmente via Internet, Facebook, messaggi di testo e radio. Non  sono soltanto gli argomenti a renderli rischiosi. Essi sono, per la maggior parte, cantati e cantare è strettamente collegato alla licenziosità nella coscienza afghana. Le donne che cantano sono vedute come prostitute. Le donne rimediano a questo cantando in segreto, soltanto al cospetto dei parenti più stretti o di una donna straniera che non sembri pericolosa. Di solito in un villaggio o in una famiglia c’è sempre una donna che sia più brava delle altre nel cantare i landays ma gli uomini non hanno alcuna idea di chi essa sia.

Al giorno d’oggi, per le donne afghane, i programmi di poesia in radio sono una delle forme d’accesso consentite al mondo esterno. Questo fu il caso di Rahila Muska, che apprese dell’esistenza di un gruppo letterario femminile chiamato Mirman Baheer dalla radio. Il gruppo si riunisce a Kabul  ogni sabato pomeriggio e conduce, inoltre, un programma telefonico per le ragazze delle province, come Muska, che chiamano per parlare con le altre poetesse o per declamare al telefono loro componimenti. Muska, che significa sorridi in Pashto, chiamava così frequentemente ed era così talentuosa che divenne la beniamina del gruppo.
Un giorno, nella primavera del 2010, Muska telefonò alle sue amiche poetesse da un letto d’ospedale nella città di Kandahar per dir loro che si era data alle fiamme per protesta. I suoi fratelli l’avevano selvaggiamente picchiata dopo aver scoperto i suoi componimenti poetici. La poesia, specialmente quella d’amore, è vietata alle donne afghane: essa presuppone disonore e libero arbitrio.
Subito dopo, Muska morì.
Dopo aver saputo della morte di Muska, Elisa Griswold andò in Afghanistan accompagnata dal fotografo Seamus Murphy dietro incarico del New York Times Magazine al fine di recuperare più notizie possibili sulla breve vita di Muska.
Trovare la sua famiglia sembrava un compito quasi impossibile - una poetessa adolescente che scriveva sotto pseudonimo in una zona di guerra - ma alla fine, con l'aiuto di una organizzazione Pashtun molto efficiente chiamata wadan (Welfare Association for the Development of Afghanistan) Elisa e Seamus riuscirono a trovare il suo villaggio ed i suoi genitori.
Essi scoprirono che il suo vero nome era Zarmina e che la sua storia non era legata soltanto alla poesia. Essa era una storia d'amore finita male.
Promessa fin da bambina a suo cugino, le era stato proibito di sposarlo, poichè, in seguito alla morte del padre, egli non poteva affrontare il volver, il prezzo da pagare per poterla sposare. Il suo amore era maledetto ed il suo futuro incerto.
La morte divenne l'unico controllo che essa potesse esercitare sulla sua vita.

Spero tanto che per tutte queste piccole donne si apra presto una stagione di speranza nel futuro e che non sia più soltanto la morte il controllo che esse possono esercitare sulla loro vita.





lunedì 8 agosto 2011

Poesia


     All' ombra di una rosa

Ho ritrovato diverse mie poesie della fine degli anni 70, scritte su una fragile carta velina, quasi illeggibili, e che ho potuto far rinascere grazie ad un programma di elaborazione fotografica.
Giacevano dimenticate, e non avrebbe potuto essere diverso, in un cassetto...
Qua sotto l'originale, risalente alla fine degli anni 70, dell prime stesure di una piccola poesia, dedicata a mia madre, morta molto giovane.
 Nella prima versione possiamo leggere ( cliccare sulla foto per ingrandirla):

Sotto un ramo di rosa
ora riposa
mia madre.

Nella seconda :

Sotto un ramo di rosa
per sempre ora riposa
mia madre.

Nella terza stesura, il corsivo viene sostituito dallo stampatello, ma i versi sono gli stessi, come se si stesse avvicinando la versione finale.
Nella quarta stesura ritorna però il corsivo , probabilmente per un ultimo ripensamento:

Sotto un ramo di rosa
per sempre riposa
mia madre.

Il ritorno allo stampatello sembra far capire che proprio questa sarà la versione definitiva, ma un ulteriore ripensamento che non è stato possibile documentare ( parte della documentazione è andata perduta o è stata distrutta), ...

.
























porta alla stesura definitiva.
E infatti negli inconfondibili caratteri della Lettera 22 Olivetti...

lunedì 1 agosto 2011

dall'Ulisse di Joyce, " Introibo ad altare Dei ", ( Installing a clothesline elevator)

Da quando, ma ad essere sinceri anche prima, ho letto sul blog di Adele Kenny il post Quando una poesia non è una poesia non faccio che rimuginare su  quando e come una poesia è una poesia, e una non poesia invece magari lo sia.
Vedo dappertutto poesie, in uno slogan pubblicitario, in un avviso delle FF.SS, Mind the gap ,in una circolare dell' ABI,  persino nelle  istruzioni per montare un attaccapanni! Installing a clothesline elevator.

Installing a clothesline elevator


Stasera mi è capitata tra le mani una copia dell' Ulisse di Joyce, e sono stato fulminato dall' incipit e naturalmente è diventato...una poesia, o forse non lo è, dipende dall' occhio del lettore:

Solenne e paffuto, Buck
Mulligan comparve dall' alto
delle scale,
portando un bacile di schiuma su cui erano posati
in croce
uno specchio e un rasoio.
Una vestaglia gialla,
discinta,
gli era sorretta delicatemente sul dietro
dalla mite aria mattutina.
Levò alto il bacile e
intonò:
                                        


   " Introibo ad altare Dei "

Stately, plump Buck
Mulligan came
from the stairhead,
bearing a bowl of lather on which a mirror
and a razor lay crossed.
A yellow dressinggown,
ungirdled,
was sustained gently behind him
on the mild morning air.
He held the bowl aloft
and intoned:
                                                      " Introibo ad altare Dei "

Traduzione di Giulio De Angelis
















giovedì 14 aprile 2011

[si-gni-fi-cà-to]




Da parte mia, sto ancora cercando un 
                           significato
tu ne hai trovato qualcuno? Un qualche
significato
voglio dire.

Per esempio, a
volte mi trovo
ad interrogarmi
sul significato
dei tuoi silenzi:
come
 interpretarli?

Sarà un
silenzio di
scherno?
ancora lui, ma cosa vuole!? O
un silenzio, come dire,
affettuoso?
ancora, scrivimi ancora anche
se non ti
risponderò...

Chissà...difficile
da interpretare il
silenzio; si
rischia di
attribuirgli
significati e
significanti
erronei, quantomeno
imprecisi.

Certezze
svanite,
dilemmi
notturni,
semplici
incognite...

Mi interrogo
sul mio di
silenzio: a
volte è dolore,
rabbia.
Rassegnazione.
A volte è
affetto,
amicizia. E'
stato anche amore.

Si cristallizza il silenzio in
gocce di
parole; allora
non resta che infrangerlo, il
silenzio. Per
ritornare,
ancora, al
silenzio.
E al suo
       significato


significato2
[si-gni-fi-cà-to]
s.m.
1
Concetto contenuto in una qualsiasi forma di espressione o di comunicazione: il s. di una parola, di una frase, di un discorso, di un segno, di una figura, di un simbolo, di un gesto, di un cenno, di uno sguardo; s. proprio, estensivo, figurato; un discorso privo di s.

HABEMUS PAPAM o anche Jago vuole scrivere poesie ( dice che si acchiappa!)





 HABEMUS PAPAM


Gabbiani a San Pietro
La Cupola è nel sole
     Benedizioni, maledizioni...




                                                             immagine tratta dal sito: http://www.topolewski.com/coloring-page/seagulls.htm

mercoledì 13 aprile 2011

ESSENTIAL AMERICAN POETS from POETRY FOUNDATION

Sul sito http://www.poetryfoundation.org/  ( in assoluto una dei migliori circa la poesia di lingua inglese) una vasta selezione di reading di Poeti Americani.
Le registrazioni sono il risultato della collaborazione tra i Poeti Laureati Donald Hall ( U.S.) e Andrew Motion ( U.K.):
Wallace Stevens , Mark Strand, Billy Collins, E.E. Cummings, William Carlos Williams...
Essential American Poets Audio Archive




La home page del sito Poetry Foundation

giovedì 7 aprile 2011

Ezequiel Zaidenwerg traduce Guilhem de Peitieu

La lírica provenzal, o poesía trovadoresca, escrita en lengua de oc, es la más antigua expresión lírica en lengua romance e influyó en Italia y en las literaturas hispánicas de la Edad Media. Se trata de poesía culta en lengua vulgar, escrita para ser recitada, de sensibilidad cortesana y centrada en el amor cortés, en el cual el amante rinde vasallaje a la amada. Estas composiciones eran recitadas por trovadores, entre los que destacan los provenzales Guilhem de Peitieu, Marcabru, Bertran de Born y Bernart de Ventadorn.







dalla incredibile fucina de http://zaidenwerg.blogspot.com/

 

                      Guilhem de Peitieu  

Voy a hacer unos versos sobre nada 

Voy a hacer unos versos sobre nada:
no hablarán ni de mí ni de otra gente,
ni del amor ni de la juventud
ni ninguna otra cosa,
sino que los habré compuesto en sueños
encima de un caballo.

No tengo idea de a qué hora nací,
no soy alegre ni soy taciturno,
no soy sociable ni tampoco huraño,
ni puedo ser distinto,
porque así me hechizaron cierta noche
sobre una alta montaña.

No puedo distinguir si estoy despierto
o acaso duermo, si no me lo dicen;
y por poco me rompe el corazón
una pena amorosa;
pero eso no me importa ni una hormiga:
por San Marcial lo juro.

Estoy enfermo y temo hallar la muerte;
y sólo sé lo que escucho decir.
Voy a buscar un médico a mi antojo,
no conozco a ninguno;
si me cura, buen médico será,
pero no si empeoro.

Tengo una amiga, aunque no sé quién es:
puedo dar fe de nunca haberla visto;
nada hizo que me plazca o que me pese,
y eso a mí no me importa:
pues nunca hubo franceses ni normandos
adentro de mi casa.

Aunque jamás la vi, la amo mucho;
aunque no me hizo bien ni me hizo mal;
si no la veo, me lo tomo en broma;
no me importa ni un gallo:
conozco a una más gentil y hermosa,
que vale más que ella.

Yo no sé si el lugar adonde vive
está en una montaña o en el llano;
no me atrevo a decir el mal que me hace,
mejor guardo silencio;
me pesa mucho que se quede aquí
y por eso me voy.

Hice los versos, no sé sobre quién;
ahora se los voy a enviar a alguien
que por medio de otro va a mandarlos
de mi parte a Peitau,
para hacerme llegar la contrallave
del estuche de ella

Testo originale e traduzione italiana in http://ottantanovenuvole.blogspot.com/2011/04/farai-un-vers-de-dreit-nien-non-er-de.html

martedì 5 aprile 2011

MARK STRAND, Is it you standing among the olive trees...

Is it you standing among the olive trees
Beyond the courtyard? You in the sunlight
Waving me closer with one hand while the other

Shields your eyes from the brightness that turns
All that is not you dead white? Is it you
Around whom the leaves scatter like foam?

You in the murmuring night that is scented
With mint and lit by the distant wilderness
Of stars? is it you? Is it really you

Rising from the script of waves, the lenght
Of your body casting a sudden shadow over my hand
So that I feel how cold it is as it moves

Over the page? You leaning down and putting
Your mouth against mine so I should know
That a kiss is only the beginning

Of what until now we could only imagine?
Is it you or the long compassionate wind
That whispers in my ear: alas, alas?

Sei tu tra gli ulivi
al di là del cortile? Tu nel sole che mi fai cenno
di avvicinarmi con una mano mentre con l' altra


ti schermi gli occhi dalla abbacinante luce che trasforma
tutto ciò che non è in te bianco assoluto? Sei tu
intorno a cui le foglie si spargono come spuma?


Tu nella notte sussurrante che  profuma
di menta ed è illuminata dal lontano territorio incontaminato
delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu?


che ti innalzi sulla calligrafia delle onde, l' estensione
del tuo corpo che mi getta un' ombra improvvisa sulla mano
così che sento quanto  è fredda nel muoversi


sulla pagina? Tu che ti chini e posi
la bocca sulla mia in modo io sappia
che un bacio è solo l'inizio


di ciò che finora potevamo solo immaginare?
Sei tu o è il protratto vento pietoso
che mi mormora all'orecchio: ahimè, ahimè?


lunedì 4 aprile 2011

Farai un vers de dreit nien, Guglielmo d’Aquitania,

Guglielmo d’Aquitania,
come sappiamo da fonti storiche, prese a suo tempo partito con
veemenza per gli scomunicati. Più tardi fu colpito egli stesso dalla
scomunica della Chiesa per avere, similmente a Filippo, intrattenu
to una relazione con la moglie di un vassallo, una viscontessa, ed
essersi rifiutato di troncare questo rapporto. Un cronista medieva
le, il quale esterna un’evidente disapprovazione nei confronti di
Guglielmo, ci ha tramandato questo fatto.
Il cronista racconta che il vescovo competente, che — come fa
rilevare — era calvo, esortò ancora una volta Guglielmo a rinunciare
alla relazione con l’amante prima che egli pronunciasse la formula
di scomunica. Guglielmo avrebbe però risposto: «Un pettine lisce
rà i suoi capelli ribelli prima che io rinunci alla viscontessa».
Evidentemente il duca non era disposto a lasciarsi privare dalla
Chiesa del diritto alla libertà erotica avvertito come ereditario. A
causa di questo e di altri avvenimenti simili Guglielmo è entrato
nella cronachistica medievale, nella quale si parla anche delle sue
attività letterarie, come «nemico di ogni pudore e santità». Un cer
to rispetto per la risposta pronta di Guglielmo traspare nonostante
tutto dall’osservazione per cui egli con le sue canzoni avrebbe su
perato in umorismo persino gli artisti comici di professione, gli
ioculatores.
Solo poche, non più di una mezza dozzina, delle canzoni di
Guglielmo ci sono conservate. Esse presentano in parte dei tratti
burleschi, che arrivano sino all’osceno; alcune di esse hanno invece un carattere serio, si potrebbe dire filosofico. Per via di questa polarità, che caratterizza l’esigua opera di Guglielmo, il romanista
italiano Pio Rajna ha coniato per il primo trovatore il termine, entrato ormai nella storia della letteratura, di «trovatore bifronte».


 Tutto è niente — niente è tutto.
  L’amore dei trovatori e dei «Minnesinger»
                                                    Ingrid Kasten



Farai un vers de dreit nien,
Non er de mi ni d'autra gen,
Non er d'amor ni de joven,
Ni de ren au,
Qu'enans fo trobatz en durmen
Sus un chival

Scriverò un verso di puro niente,
non su di me né su altra gente
non sull' amore né sulla gioventù,
né su niente altro,
perchè su di un cavallo, dormendo
l'inventai.
        
No sai en qual hora-m fui natz,
No soi alegres ni iratz,
No soi estranhs ni soi privatz,
Ni no-n puesc au,
Qu'enaisi fui de nueitz fadatz
Sobr'un pueg au.

Non so a che ora son nato,
non sono allegro né arrabiato,
non sono straniero ma neppure paesano,
non so che farci se 
su una montagna, di notte
fui stregato. 

No sai cora-m fui endormitz,
Ni cora-m veill, s'om no m'o ditz!
Per pauc no m'es lo cor partitz
D'un dol corau,
E no m'o pretz una fromitz,
Per saint Marsau!

Non so se sono sveglio 
o addormentato, se non mi si dice!
Solo per poco il mio cuore non s'è spezzato
dal gran dolore,
m'importa assai
di San Marziale!
 


Malautz soi e cremi morir,
E re no sai mas quan n'aug dir.
Metge querrai al mieu albir,
E no-m sai cau:
Bos metges er si-m pot guerir,
Mas non, si-m mau.

Sono malato e credo di morire 
non ne so più di quanto senta dire.
cercherò un medico a casaccio,
e non so come:
sarà buono se mi potrà guarire
se non potrà,  molto di meno.




Amigu' ai ieu, non sai qui s'es,
C'anc no la vi, si m'aiut fes,
Ni-m fes que-m plassa ni que-m pes,
Ni no m'en cau
C'anc non ac Norman ni Franses
Dins mon ostau.


Ho un amica , non so chi sia.
non l' ho mai vista, in fede mia
non mi compiacque né mai mi offese,
ma che vuol dire
non fui Normanno, neppure Francese
in casa mia.


Anc non la vi et am la fort,
Anc no-n aic dreit ni no-m fes tort;
Quan no la vei, be m'en deport,
No-m prez un jau,
Qu'ie-n sai gensor e belazor,
E que mai vau.



Mai non la vidi e l' amo tanto
non mi fece nè dritto né storto
se non la vedo, no non m' importa,
sto bene uguale,
che ne conosco più bella gentile
e che di più vale.


Fait ai lo vers, no sai de cui,
Et trametrai lo a celui
Que lo-m trameta per autrui,
Enves Peitau,
Que-m tramezes del sieu estui
La contraclau.


Ho scritto il verso, di che non so
e lo manderò a quello
che lo mandi ad altri
verso Peitau,
e del suo scrigno mi spedirà
la chiave che lo aprirà.












sabato 2 aprile 2011

ancora dalla ANTOLOGIA PALATINA: Paolo Silenziario, Lacrime

                                      
Dolce, amici il sorriso di Laide, dolci le gocce
          che da quegli occhi versa, miti e mobili.
Ieri, senza perchè, gemeva, posata la testa
          china sulla mia spalla lungamente.
Io la baciai, piangente; cadevano, come da una chiara
          fonte, le gocce sulle bocche unite.
Dissi: " Tu piangi: perchè?" Mi rispose: "Ho tanta paura
         che mi lasci. Siete tutti spergiuri."


Paolo Silenziario, visse a Bisanzio ca.520-575. Alto dignitario della corte dell'imperatore Giustiniano, fu l'ultima grande voce dell' epigrammistica in lingua greca.
Antologia Palatina tutte le poesie d' amore Libro Quinto

Oggi le cose sono leggermente cambiate:

  1. D'amore

    Non trovi le parole per Dichiarare
    il tuo Amore









e MARCO ARGENTARIO



Luna dalle corna dorate, lo vedi cosa succede? E voi stelle
lucenti che l'Oceano accoglie dentro il suo grembo,
vedete come la dolce Ariste se ne è andata, lasciandomi solo,
e dopo cinque giorni non riesco a ritrovarla, la strega?
E tuttavia le darò ancora la caccia, mandandole dietro
i segugi d'amore, i cani d'argento.

giovedì 31 marzo 2011

ANTOLOGIA PALATINA, L' Orgasmo, Dioscoride


 Dòride culo di rosa l' ho messa alla frusta sul letto,
         ed ero, tra quei freschi fiori, un dio.
Le gambe fra cui mi serrava divine, correndo
        senza flessioni l' arengo d' amore;
pigro lo sguardo; ma gli occhi sembravano foglie nel vento,
       tremolavano lucidi ai sussulti.
Poi tutti e due fino in fondo libammo il bianco vigore;
      Dòride cadde, con le membra inerti.


'Antologia Palatina costituisce la silloge più articolata e ricca dell'antichità ed è costituita da ben 3700 epigrammi appartenenti a circa 340 poeti greci dall'età arcaica all'età bizantina. La raccolta fu così chiamata perché il codice manoscritto che la riporta fu scoperto nel 1607 presso la biblioteca dell'elettore palatino di Heidelberg. La raccolta, per noi di fondamentale importanza (perché da essa dipende tutta la nostra conoscenza dell'epigramma), è derivata in gran parte dall'Antologia di Costantino Cefala, un erudito della prima metà del sec. X al servizio dell'imperatore di Costantinopoli. Cefala riunì nella sua tre raccolte precedenti: la Corona di Meleagro di Gadara, che conteneva carmi attribuiti a quarantasette poeti, da Archiloco a Meleagro stesso; la Corona di Filippo di Tessalonica, raccolta di poesie attribuite a diversi autori, compresi Meleagro e Filippo di Tessalonica; il Ciclo di Agazia Scolastico. Cefala vi aggiunse estratti delle opere di altri poeti e distribuì tutta la materia in 15 libri, secondo l'argomento: epigrammi cristiani, descrizioni di statue e monumenti, epigrammi erotici, votivi, conviviali, epitaffi, indovinelli ecc.

martedì 29 marzo 2011

UrbanWalls1 Bertolt Brecht

.
Graffito con dei versi di B.Brecht / Foto Panciroli

Bertolt Brecht (1898-1956), da sempre contro la guerra ed i suoi orrori:

A sentire quello che dicono i pezzi grossi, fanno la guerra solo per il timor di Dio e per quest' idea o per quell' altra, ma se guardi più da vicino, si vede che non sono tanto scemi e che la guerra la fanno per guadagnarci su. 

da Mutter Courage und ihre Kinder, trad. di Ruth Leiser e Franco Fortini.

lunedì 28 marzo 2011

Estratto da un mottetto di Montale

    

Estraggo da un mottetto di Montale l’osso.
Lo sai, debbo riperderti.
Debbo riperderti, e non posso



L' originale di E .Montale:

Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

 

venerdì 25 marzo 2011

ELEVATOR, Mark Strand, da Uomo e cammello, a cura di D. Abeni, Mondadori

1
L' ascensore scese fino in cantina. Le porte si aprirono.
Entrò un uomo e chiese se andavo su.
"Io vado giù", risposi, "Non vado su".

2
L' ascensore scese fino in cantina. Le porte si aprirono.
Entrò un uomo e chiese se andavo su.
"Io vado giù", risposi, "Non vado su".


                 INSTALLING A CLOTHESLINE ELEVATOR        adapted by Jago

1.
Choose two adjacent points that will provide enough space to hang your clothes. 
Try to pick a spot that is relatively flat
and open.
 
2.
Tools Needed – A hammer, Pencil, Drill, Socket, Wire cutters, Punch.

3
Omissis...


 4 
Depending on how you would like the elevator to operate, choose either a comfortable position
to hang your clothes or the highest point you can reach.
(Elevator should be mounted according to the reach of the user).
The top of the elevator has the wheel inside the bracket.
Hold elevator against the wall or post and mark the bottom
mounting points with a pencil only.
The elevator should be square, flat, leveland centre
to opposite mounting point.

                        http://www.solardryingsystems.com/

Scegliere due punti adiacenti in grado di fornire sufficiente spazio per appendere gli abiti.
Provate a scegliere un posto relativamente piatto
e aperto.

2.
Strumenti necessari - Un martello, una matita, un trapano, una presa, un tagliafili,

3
Omissis ...


  4
A seconda di come si desidera operare con lo stendini , scegliere una posizione comoda
per appendere gli abiti o il  punto più alto che si può raggiungere.
(Lo dovrebbe essere montato in modo da essere alla portata
dell'utente)
La parte superiore dello stendino ha la ruota all' interno della staffa.
Tenere  lo stendino contro il muro o un palo e segnare il fondo del
punti di fissaggio con una matita solo.
Lo stendino dovrebbe essere quadrato, piatto, livellato
al contrario del punto di montaggio.

mercoledì 30 giugno 2010

YPSILANTI: La poesia della follia ( THE POETRY OF MADNESS)

PHOTO BY WWW. OPACITY.US


 In risposta ad un articolo di Steven Marcus, apparso su The New York Review of Books del  11 giugno 1964, che si occupava dei Tre Cristi di Ypsilanti e del rapporto della poesia con la follia ( e viceversa),  è apparsa sullo stesso giornale una lettera molto toccante di un anonimo:
" Vorrei aggiungere una nota di follia alla discussione di Steven Marcus circa la poetica della follia...
Sono rimasto colpito dalla sensibilità di Mr. Marcus verso il linguaggio psicotico ma è come se lo leggesse senza una pietra di Rosetta e in un certo qual modo non coglie il segno. Sebbene gli esempi che Mr. Marcus porta confermino la sua descrizione di  una " qualità incisiva, epigrammatica e paradossale", questa non è la sola cosa che il linguaggio degli psicotici abbia in comune con la poesia, e, non è, sospetto, quel che è poetico in quel linguaggio.
 Quando parla uno psicotico, parla con precisione assoluta, e scegliendo una parola che renda precisamente il suo pensiero, quella parola allora riecheggia linguisticamente e unisce molte parole e pensieri dentro di sè con una moltitudine di idee, concetti e sentimenti. E' questa la condizione della vita emozionale ed intellettuale di uno psicotico e così questo è ciò che il suo linguaggio deve esprimere. Questo uso multiforme del linguaggio con la sua apparente contraddizione tra precisione e confusione è quel che caratterizza il linguaggio psicotico. Non posso giudicare se caratterizzi anche la poesia. Sospetto di sì.

...Ricordo che durante il mio ultimo ricovero di aver affermato di parlare tre lingue in una. Un infermiere mi disse, " Capisco che lei parli tre lingue in una sola, ma io ne parlo solo una per volta. Se vuoi che ti comprenda, dovrà limitarsi ad  una". E' questo uso del linguaggio che sintetizza molti strati del pensiero, l' uso di una parola per rendere molti significati, che ingombra la comunicazione tra gli piscotici e la società, sebbene derivi in parte da uno sforzo molto serio per comunicare. Potrebbe  essere proprio questa qualità nell' uso poetico del linguaggio a separarlo dalla società, e che lo rende al tempo stesso un poeta.

...In un articolo di Harper's magazine sulla malattia mentale di qualche anno fa, l' autore, uno psichiatra, cita  l' affermazione di un malato," Io vivo dietro una lastra di vetro". L' articolo finiva con questa affermazione," Il nostro lavoro è rompere quella lastra". Rimasi colpito da questa citazione perchè a quel tempo , in un ospedale psichiatrico,avevo  detto la stessa cosa quando un membro dello staff mi aveva chiesto cosa ci fosse di sbagliato in me. Non  sono sicuro  che il paziente citato nell' articolo volesse  dire la stessa cosa che volevo dire io stesso, ma vorrei spiegare il mio punto di vista: l' affermazione, se vogliamo darle il giusto significato, dice ," Io vivo dietro una lastra di vetro di dolore". Non solo Beckett  e Blake dovrebbero essere consultati per comprenderne il significato psicotico. Joyce ci fornisce migliori indizi per la comprensione del difficile gioco di parole psicotico. Ma la somiglianza con Joyce non sta solo  nel gioco di parole, ma  anche nelle circonvoluzioni del significato. Lo psichiatra mostra di aver male interpretato la frase quando afferma che dobbiamo rompere il vetro. Rompere il vetro significherebbe lasciare il paziente, per prima cosa, senza la sua pelle reinterpretata, anche se pelle infelice. La cosa migliore per il paziente che vive dietro o dentro una lastra di dolore, è naturalmente, aiutarlo a muoversi dolcemente all' interno del suo  dispositivo protesico, e si spera, di trovare un qualche balsamo per la lastra. Si potrebbe anche tenere  pulito il vetro.
 Forse dei tergicristalli.

Continua...